Capitolo II: Tora party
di CC

Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 l'ex comandante della X Mas, principe Junio Valerio Borghese, guida un tentativo di colpo di Stato. Nome in codice "Operazione Tora Tora". 

Secondo un documento segreto ritrovato nell'abitazione dell'informatissimo giornalista Mino Pecorelli (tessera P2 1750), l'esecuzione del Golpe prevedeva l'occupazione, tra le altre cose, di: vari ministeri (Interni, Esteri e Difesa), Comando generale dell'Arma dei carabinieri, questura di Roma, Camera dei deputati, Senato della Repubblica, alcune sedi Rai-tv. Inoltre è prevista l'eliminazione del capo della Polizia Angelo Vicari e la cattura del presidente della repubblica Giuseppe Saragat.
Sempre tra le carte di Pecorelli viene fuori una "Relazione riservata" nella quale si legge che i reparti di Avanguardia nazionale e i carabinieri avrebbero dovuto "allontanare coattivamente da Roma per qualche tempo" alcuni avversari politici, e sindacalisti "molto importanti, la cui eventuale libertà d'azione avrebbe potuto provocare uno sciopero generale immediato che avrebbe fatalmente arrestato e forse compromesso l'estito dell'insurrezione delle forze armate(...)".
Il quartier generale nel quale è riunita la direzione dell'operazione golpista è lo studio di Mario Rosa, in via Sant'Angela Merici, a Roma. Sono presenti oltre a Rosa e a Borghese anche il generale Giuseppe Casero, il colonnello Giuseppe Lo Vecchio e il maggiore Salvatore Pecorella. Borghese ha già il proclama pronto da leggere alla Tv.
Siamo alla sera del 7 dicemebre 1970: centinaia di uomini armati sono radunati nella palestra dell'Associazione paracadutisti di via Eleniana, altre centinaia nel cantiere dell'imprenditore Remo Orlandini, i reparti provenienti da Genova e La Spezia aspettano il via per muoversi verso il Ministero della Difesa, gli universitari del Fronte delta sono riuniti nei pressi della città universtiria. Anche Loris Facchinetti, Stefano Serpieri (collaboratore del Sid) e Mauro Tappella, che guidano gli estremisti di destra di Europa e civiltà sono pronti all'azione.
Si parte: un reparto di Avanguardia nazionale penetra nel Viminale e occupa l'armeria e il garage. Un secondo reparto è in attesa in via della'Arco della Ciambella e altri neofascisti sono riuniti in abitazioni disclocate in varie zone di Roma.
Appena dopo la mezzanotte però arriva il contrordine: fermi tutti, abbiamo scherzato.
Molti gruppi erano già entrati in azione e, come racconterà Orlandini al capitano dei carabinieri Labruna (tessera P2 1613), c'è una certa difficoltà iniziale ad ottemperare al contrordine, specie nel momento della riconsegna delle armi.
Borghese e i suoi (Fronte nazionale, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e tutti i gruppi neofascisti dell'epoca), sono però semplici pedine in un gioco molto più grande di loro: l'operazione Tora Tora aveva caratteristiche tattiche. Il neofascista Paolo Aleandri, interrogato dal giudice Ferdinando Imposimato il 23 settembre del 1982 dirà: "Il vero piano del Golpe Borghese era rappresentato dalla possibilità di far scattare un piano antinsurrezionale custodito da alcuni carabinieri di cui solo alcuni ufficiali potevano disporre l'attuazione. Mi disse Fabio De Felice (parlamentare del Msi , ndr) che l'autore di questa parte sostanziale del golpe era stato Guido Giannettini(...)Fabio De Felice valutò che Gelli fosse stato parte nel contrordine che venne dato durante l'esecuzione del golpe". In poche parole l'operazione Tora Tora doveva servire per prepare il campo ad una sorta di riedizione del Piano Solo.
I motivi del contrordine non verranno chiariti nemmeno dall'inchiesta giudiziaria. Per Tommaso Buscetta le ragioni sono da ricercare a livello "internazionale": interrogato dalla commissione parlare antimafia nel 1992 dirà di aver appreso che il golpe, avallato dagli Usa, non venne attuato per l'improvvisa presenza della flotta russa nel Mediterraneo la notte tra il 7 e l'8 dicembre.
D'altra parte però, il procedimento giudiziario permette d'inquadrare chi, materialmente, nel golpe ha avuto un ruolo. Tra gli altri, risulteranno coinvolti il generale Vito Miceli, (promosso capo del Sid) Bruno Palmiotti (segretario particolare del Ministro della Difesa Mario Tanassi), Vittorio Tanassi (fratello del Ministro), Giuseppe Lo Vecchio (colonnello dell'Aeronautica), Giuseppe Casero (ufficiale dell'Aeronautica), Giovanni Torrisi (ufficiale della Marina), Giovanbattista Palumba, Franco Picchiotti e Antonio Calabrese (ufficiali dei carabinieri), Giuseppe Santovito (ufficiale dell'esercito), Michele Sindona (banchiere), Carmelo Spagnulo (magistrato), Filippo De Jorio (consigliere regionale andreottiano, consigliere di Andreotti a Palazzo Chigi anche dopo che è emerso il suo coinvolgimento nel golpe). Tutti (l'avreste mai detto?) sono regolarmente tesserati alla loggia segreta P2.
Dimostrate dalle ammissioni dei boss mafiosi Tommaso Buscetta, Luciano Leggio e Antonino Calderone, sono le richieste di aiuto da parte della massoneria a Cosa Nostra e alla 'Ndrangheta in vista del Golpe Borghese. Da tramite fra Borghese e boss del calibro di Giorgio e Paolo De Stefano (all'epoca padroni di Reggio Calabria) è l'avvocato Paolo Romeo (il quale, secondo i pentiti Giacomo Lauro e Filippo Barreca sarebbe massone, legato ai servizi segreti, alla 'Ndrangheta e alla destra eversiva). I De Stefano, grandi estimatori del principe, erano favorevoli "in particolare al programmato Golpe Borghese, mentre invece erano contrarie le cosche della Jonica, tradizionalmente legate ad ambienti democristiani".
In pieno processo, Pecorelli scriverà sul suo Op un articolo dal titolo: Golpe Borghese: Andreotti ieri e oggi. "Sempre più "strano", questo strano processo al golpe Borghese. Potrebbe svolgersi tutto nell'anticamera dello studio di Andreotti. Pensate: andreottiano il pm Vitalone, andreottiana la longa magnus della legge (in particolare Labruna e Maletti) andreottiani gran parte degli imputati.."
La corte di assise di Roma prima (14 novembre 1978) e la corte di assise d'appelo dopo (27 novembre 1984) affermano l'insussistenza del delitto d'insurrezione armata inducendo la Corte di Cassazione a trasformare il golpe in un "complotto di pensionati" e ad assolvere tutti gli imputati.
Molti anni dopo, le indagini del giudice istruttore del tribunale di Milano Guido Salvini (il quale ancora nel 1995 chiedeva di riaprire il caso "[..] tutti gli atti devono essere trasmessi (...) presso il tribunale di Roma, affinchè svolga, per quanto ancora possibile, i necessari approfondimenti") chiariranno tanti punti oscuri della vicenda, anche grazie alle dichiarazioni rese dai protagonisti: Labruna, Digilio, Spiazzi, Buscetta e altri. Scrive Salvini nella sua sentenza-ordinananza: "una vasta e continuativa trama golpistica, corroborata sul piano probatorio anche da numerosi elementi documentali è stata così ridotta ai progetti velleitari di qualche anziano Ufficiale nostalgico e di poche Guardie forestali. Certamente non è stato così".
Oggi sappiamo che il Golpe Borghese non fu affatto uno scherzo, fu piuttosto una operazione complessa e tremendamente seria a cui hanno preso parte gruppi neofascisti, criminalità organizzata, vertici dei servizi e dell'arma dei carabinieri, regolarmente presenti nelle liste della P2.

.."Non appena sbarco in America vengo arrestato, e la prima cosa che mi domanda la polizia Americana è "lo fate o no il golpe in sicilia?". Io gli ho detto: "Quale golpe?". "Quello con Borghese". Io dissi di non capire di cosa stessero parlando e quindi negai tutto, ma gli Americani ne erano a conoscenza". (Tommaso Buscetta, commissione parlamentare antimafia, 16 novembre 1992)

 

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