A S. E. Em.ma Camillo Ruini,
Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Arciprete
della Patriarcale Arcibasilica Lateranense, Gran Cancelliere della Pontificia
Università Lateranense, Presidente emerito della "Peregrinatio
ad Petri Sedem", Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
donec aliter provideatur, da Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale
nel Concistoro del 28 giugno 1991, del Titolo di S. Agnese fuori le mura
A Camillo Ruini, sacerdote
A Camillo Ruini, fratello
in Cristo, anche di Piergiorgio Welby
«Deus caritas est, et, qui manet in caritate, in Deo manet,
et Deus in eo manet»
Fratello in Cristo,
non so come cominciare questa lettera.
D’altra parte, immagino che Tu non la leggerai mai, e tanto meno
mi risponderai, magari per convincermi, con sollecitudine pastorale, dei
miei errori.
Tu sei un’Eminenza Reverendissima e io sono un laico, un fedele,
oltretutto peccatore: cioè il gradino più basso della gerarchia,
ed anche il più immondo.
Il 22 gennaio,
in occasione dell’apertura del Consiglio permanente dei vescovi
italiani, Tu hai ricordato il caso di Piergiorgio Welby, parlandone –
cito i giornali – come di una «vicenda umana dolorosa
che mi ha chiamato in causa anche personalmente quando è giunta
la richiesta del funerale religioso. La sofferta decisione di non concederlo
nasce dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente
e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita:
in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata per la Chiesa
impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento
contrario alla legge di Dio.»
Non capisco, Fratello in Cristo.
Tu non sei chiamato a negare o concedere i funerali religiosi secondo
un Tuo personalissimo giudizio sul peccato – in questo caso, oltretutto,
il peccato estremo – che compete solo a Dio, perché solo
Lui (e non Te) sa cosa c’è dentro il cuore di quell’uomo.
Tu non puoi sapere cosa è successo nella mente e nel cuore di quella
persona, nel momento in cui non è più stata in grado di
manifestare la propria volontà.
Se Tu avessi ragione, a nessun suicida sarebbero permessi i funerali religiosi:
e invece da secoli, quotidianamente, la Chiesa non respinge chi ha posto
fine alla propria vita, perché solo Dio sa cosa c’è
nella sua anima.
No.
Dice la “Lumen Gentium”: “La Chiesa è,
in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento
dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano”.
Aggiunge: “La forza che la Chiesa riesce a immettere nella società
umana contemporanea consiste in quella fede e carità effettivamente
vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con
mezzi puramente umani.”
Ecco quindi che Tu sei chiamato soltanto a testimoniare – e hai
il dovere di farlo: perinde ad cadaverem – l’amore estremo
e gratuito di Cristo, senza che in questa testimonianza possano trovare
facile ingresso vestigia – o idoli – che abbiano un qualche,
e sia pur minimo, riferimento a necessità temporali, all’opinione
pubblica, e tanto meno alle discussioni del Parlamento Italiano in materia
di eutanasia e accanimento terapeutico.
Argomenti gravi, gravissimi; esiziali addirittura, questi.
Argomenti che chiamano in causa le frontiere ultime delle nostre coscienze,
quelle dove non sono possibili permute di idee o transazioni tra opposti
principi, e per i quali, se fosse necessario, noi cattolici dovremmo avere
il coraggio di tornare per davvero nelle Catacombe – e quanto bene,
ci farebbe, anche per altre ragioni – anziché rimanere nelle
coltri molli e dorate dei nostri privilegi di potere mondano, se domani
per davvero una legge consentisse ad un uomo di alzare la mano su un altro
uomo, decidendo chi deve nascere o continuare a vivere, e perchè.
Ma tutto questo, non c’entra nulla con l’amore estremo e gratuito
di Cristo.
L’amore estremo e gratuito che non ha bisogno di dare lezioni, ancor
meno di compiere gesti dimostrativi, negando il Suo estremo abbraccio
ad una persona che nessuno di noi – nessuno – può giudicare,
irrogando sanzioni che servono solo a tentare di convincere chi non la
pensa come Te.
Tu sei chiamato a ricordare che Cristo si è fatto uomo per trasformare
la morte in vita, e chiunque, per libera scelta, in ogni momento della
vita, sino alla fine, sino all’ultimo frammento di secondo dell’esistenza
terrena, può attingere a questo dono.
Tra il parapetto del ponte dal quale si getta il suicida e il fiume, c’è
di mezzo l’immensità della Grazia.
Non l’ho detto io, ma il Curato d’Ars, che se ne intendeva.
Ti è mancato, Fratello in Cristo, il silenzio dell’accoglienza.
Il segno del riconoscimento della persona umana, cioè dell’altro,
di qualunque altro, chiunque sia, per come sia.
Un “si” per accoglierlo, previo a qualsiasi “si”
o “no” che l’altro possa dire.
Scrive Benedetto XVI nella Lettera Enciclica “Deus caritas est”
(non a caso la prima del Suo Pontificato): “L'amore è
gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo
non significa che l'azione caritativa debba, per così dire, lasciare
Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l'uomo. Spesso è
proprio l'assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza.
Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà
mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l'amore nella
sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza
del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano
sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere
di Lui e lasciar parlare solamente l'amore. Egli sa che Dio è amore
(cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient'altro
viene fatto fuorché amare. Egli sa che il vilipendio dell'amore
è vilipendio di Dio e dell'uomo, è il tentativo di fare
a meno di Dio”. E conclude: “…la miglior difesa
di Dio e dell'uomo consiste proprio nell'amore”.
L’amore gratuito, dunque.
L’amore che non chiede e che dà totalmente se stesso.
L’amore divino, che riconosce tutti noi a prescindere da ciò
che siamo, dal quale deriva l’assoluzione delle nostre colpe, quali
che siano, e per il cui conseguimento è sufficiente la libera scelta
di accettarlo: le strade che Dio ci pone davanti per consentirci questa
opportunità appaiono misteriose, a volte inspiegabili, altre volte
incredibili o addirittura scandalose.
Sai bene che la differenza tra Pietro e Giuda sta solo in ciò,
il secondo non riconobbe l’amore divino pronto sino all’ultimo
ad accoglierlo.
Dio non fa giochi pubblicitari, non cerca clientela, tanto meno tra i
parlamentari o peggio nella società civile.
Dio è con noi. Sempre. Comunque.
Perché l’hai dimenticato?
Un peccatore
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