A
noi le domande, a loro le risposte, a voi il giudizio!
Colloquio con Emanuele Macaluso
"La sinistra che fummo": guida condensata alla
storia politica d'Italia dal dopoguerra ad oggi.
di CC
Emanuele
Macaluso: politico, sindacalista e scrittore . Attualmente svolge la professione
di giornalista: un pezzo di storia d’Italia. Grazie anzitutto per aver
trovato il tempo di parlare con noi.
Bene..è un piacere.
Partiamo da lontano. Cosa ricorda del 1976? Il PCI raggiunse addirittura il
34,4%. Varie tra le città più importanti d’Italia in quegli
anni erano amministrate da sindaci comunisti: Roma, Firenze, Genova, Napoli,
Torino.. per non parlare di Bologna. E’ stato il picco massimo raggiunto
dal partito comunista italiano; quanta consapevolezza c’era tra di voi?
Possiamo dire che più di un terzo degli italiani era comunista?
Io non penso che un terzo degli italiani fosse comunista. Un terzo degli italiani guardava con fiducia al partito comunista, il quale si era conquistato sul campo, nella battaglia politica di tutti gli anni precedenti al ’76, un ruolo importante anche come forza di opposizione alla Democrazia Cristiana, che restava il perno di tutti i governi: il perno dei governi centristi negli anni ’50 e il perno dei governi di centro-sinistra degli anni ’60-’70. La verità era che queste formule si erano esaurite, cioè le speranze che dal centrismo si era passato al centro sinistra, che quindi col centro sinistra avremmo avuto non solo maggiore apertura e libertà –il che è stato anche vero- non solo delle riforme importanti -basti pensare alla nazionalizzazione dell’energia elettrica-, ma il paese aspettava che da un mutamento politico si determinasse un governo molto autorevole, un governo capace veramente di governare, di sviluppare l’economia del pese. Un governo, soprattutto, capace di fronteggiare le nuove sfide, che venivano da una grave crisi dell’industria, soprattutto dalla grande industria, da un’ inflazione a due cifre e dai primi sintomi del terrorismo. Quindi il Partito Comunista diventava una forza che si poteva candidare a governare il Paese, insieme ad altre forze. C’era un esaurimento -del resto quello che è avvenuto dopo, lo vedremo, lo conferma- delle formule che si chiamavano di “allargamento della democrazia” attorno al partito dello scudo crociato, alla Democrazia Cristiana… esaurite queste formule il partito socialista aveva detto che non voleva più stare al governo con la Democrazia Cristiana anche perchè perdeva continuamente voti, nel ’76 era a meno del 10%. All’interno della stessa Democrazia Cristiana, l’onorevole Moro avvertiva che il ruolo che aveva avuto la DC era ormai di esaurimento, come ruolo di guida e di egemonia. Ecco che la gente capisce che l’esaurimento di queste politiche doveva portare ad un’altra politica ed il voto nel ’76 al PCI significò proprio questo, significò “apriamo una nuova fase politica”. E Moro nel ’76 con Berlinguer pensava di aprire una nuova fase politica.
Il
cosiddetto compromesso storico…
Esatto. Pensavano, siccome all’interno della Dc e della Chiesa, gli Americani ponevano una forte resistenza a un rapporto di governo tra la DC e PCI, si pensò a primi esperimenti –il compromesso storico era più una visione storica, una prospettiva- cioè molto più modestamente cominciare una sperimentazione per costruire un sistema politico non più fondato sulla discriminazione dei comunisti. Cioè i comunisti entravano in una maggioranza di governo, senza stare ancora al governo, e via via questa sperimentazione doveva avere due possibili esiti: o un governo con i comunisti la Democrazia Cristiana e i socialisti, cioè la maggioranza dei governi Andreotti; o le alternative: cioè la Democrazia Cristiana con le sue alleanze, il Partito Comunista con le sue alleanze e finalmente un Paese che aveva alternative di governo. Perché fino ad allora alternative vere di governo non ce n’erano state perché tutto veniva incentrato sempre sulla Democrazia Cristiana. La sperimentazione aveva il significato di mutamento del sistema politico. Nel governo entrava il Partito Comunista. Era questo il disegno di Moro, Berlinguer e anche De Martino.
Tra i nostri lettori, molti dei quali di destra, c’è chi associa
sistematicamente il comunismo –anche quello italiano- con lo stalinismo
o più in generale con la Russia Comunista. Ci vuole spiegare quali erano
i rapporti tra il PCI e PCUS? E soprattutto, chi fu tra i membri del PCI a staccarsi
definitivamente da Mosca? Con chi, c’è stata –se c’è
mai stata- una vera autonomia da parte del PCI?
Io penso che un’autonomia politica il PCI l’ha sempre avuta. Togliatti, quando tornò in Italia, nel ’44, nel primo discorso che fece a Napoli disse “noi non faremo come la Russia”…
La famosa svolta di Salerno
Ecco, la svolta di Salerno. Disse “noi
faremo una via democratica, parlamentare” quella che lui chiamò
“la via italiana al socialismo”. Quindi la strategia non era più
quella
Leninista,
della conquista del potere attraverso una rivoluzione. Togliatti aveva capito
che in Italia e in Europa, nei paesi capitalisti, la fase della rivoluzione
era finita. Fece una scelta molto netta, però mantenne sempre un rapporto
con l’Unione Sovietica, anche con Stalin. E questo rapporto lo mantenne
perché la via italiana rappresentava il superamento del capitalismo attraverso
la democrazia. Siccome in Russia, con tutti i limiti e i difetti che aveva,
-limiti e difetti che Togliatti non esaminò correttamente- non c’era
il capitalismo, si pensava che nella competizione mondiale tra il capitalismo
e il socialismo fra il capitalismo e il terzo mondo, la presenza dell’Unione
Sovietica come paese dove non c’era più il capitalismo era un fatto
complessivamente positivo perché era la contrapposizione all’America.
Aveva un ruolo anche dal punto di vista militare notevole. Questa fu la scelta,
che alla lunga si dimostrò sbagliata perché proprio in quel sistema
-mancando la democrazia, la dialettica e la libertà- si negava anche
lo sviluppo economico. Mentre si diceva che c’era la competizione tra
socialismo e capitalismo e che l’Unione Sovietica avrebbe superato il
capitalismo nello sviluppo è stato il contrario. Il capitalismo superò
l’Unione Sovietica. Togliatti l’aveva capito dopo il ’56,
dopo la rivoluzione Ungherese, tuttavia lui riteneva che fosse ancora possibile
riformare quel sistema. Che L’Unione Sovietica all’interno trovasse
le forze per una riforma, e puntava su Krushev come “riformatore”.
Invece né lui né Gorbaciov sono riusciti a riformare: cioè
quel sistema si dimostrò irriformabile. Le distanza cominciò a
prenderle Longo, e quando ci fu l’invasione della Cecoslovacchia nel ’68,
ci fu una prima rottura. Successivamente quello che operò un distacco
sempre più netto fu Enrico Berlinguer, il quale nel ’76 in un’intervista
al Corriere della Sera disse che era meglio che l’Italia stesse
sotto il Patto Atlantico, piuttosto che sotto il Patto di Varsavia. Un ordine
del giorno firmato da comunisti, socialisti, democristiani e repubblicani diceva
che la politica estera era fondata sul patto atlantico, sulla Comunità
Europea, sulla pace ecc…già da allora la politica di rottura fu
abbastanza netta.
Lei è stato uno degli elementi più “particolari” nel
vecchio PCI. Il suo essere “migliorista” le ha creato problemi all’interno
del partito?
Beh, dopo la scomparsa di Berlinguer la lotta politica tendente a isolare l’area riformista-migliorista si è fatta molto pesante. Prima con Natta, ma Natta era un segretario che aveva un maggiore equilibrio… poi con Occhetto la cosa diventò pesantissima e in quel periodo l’area migliorista è stata abbastanza discriminata.
Per mettere in minoranza la DC, nel 1955 s’invento il “governo Milazziano”
alleandosi nientemeno che con l’MSI oltre che con i socialisti. Togliatti
prese le sue difese ed elogiò il suo operato. Oggi tornando a quei giorni
cosa pensa?
Allora
per noi era importante rompere il monopolio della Democrazia Cristiana, mettere
all’opposizione la DC diventava prioritario anche perché la DC
di Fanfani aveva dei connotati un po’ autoritari, secondo perché
in Sicilia c’era stata una ribellione popolare, un movimento molto forte
contro questa concezione autoritaria e anti-autonomista del partito di Fanfani,
e quindi ci fu una scissione nella Democrazia Cristiana. Bisognava assolutamente
fare un governo e siccome la destra aveva interessi, alla vigilia delle elezioni
si fece il governo con la destra, anche se il PCI appoggiò il governo
dall’esterno. Quando si fecero le elezioni nel ’59 il MSI tornò
con la Dc e il "governo Milazzo" si fece senza la destra. Si fece
un governo in cui c’erano i cristiano-sociali con i socialisti e i comunisti
che appoggiavano dall’esterno. Questo fu un movimento che nella storia
della Sicilia non era nuovo. Poi il governo non resse perchè la DC, i
poteri dello Stato intervennero duramente: ci furono atti di corruzione per
rompere il partito Cristiano-sociale, riuscirono a romperlo anche con l’intervento
dei servizi segreti (come ho ricordato in un mio libro).
Con Berlinguer ai vertici lei fece parte della Segreteria e dell'Ufficio Politico: dirigeva –tra le altre cose- la stampa e la propaganda: cosa ricorda di quel periodo?
Ho diretto prima l’organizzazione del partito, dal ’63 al ’66. Poi ho diretto la stampa e la propaganda. Ho un ricordo molto positivo di quella mia esperienza, della mia collaborazione con Enrico, che io sostituì nell’organizzazione, poi rimasi con lui nell’ufficio di segreteria del partito perché Berlinguer era un uomo che non solo aveva man mano acquistato grande carisma ma aveva anche una forte capacità politica e una capacità di rapporto con i suoi collaboratori molto ma molto positiva. Io quel periodo lo ricordo con molta gioia.
Ci racconti qualcosa a proposito degli anni tra il 1982 e il 1986. Lei era direttore
de L’unità. Le piaceva dirigere quello che allora era
definito ancora “quotidiano comunista?”
La mia esperienza alla direzione de l’Unità la considero una grande esperienza. Andai a l’Unità nell’82 perché c’era stato una specie di scandalo: l’Unità aveva accusato il ministro Scotti, con un grande titolo, che fu chiamato “l’affare Maresca”. Una giornalista (Marina Maresca NdR) de l’Unità aveva detto che Scotti insieme a un capo della camorra (Raffaele Cutolo NdR) e i Servizi Segreti avevano “trafficato” per la liberazione di un assessore che era stato sequestrato (Ciro Cirillo NdR). Insomma c’era una storia che in parte è stata smentita, ma non tutta perché per la verità qualcosa ci fu…però il direttore de l’Unità, che allora era Petruccioli, si trovò in grave difficoltà e si dimise. Anche il giornale era in grande difficoltà, dal punto di vista delle vendite e sulle innovazioni tecnologiche. Io andai lì in una fase molto difficile: primo perché dovevo reintrodurre le nuove tecnologie, l’Unità era l’unico quotidiano che aveva solo due tipografie (a Roma e a Milano), nessun giornale ormai –tranne il Corriere della Sera- stampava dai propri stabilimenti perché con le nuove tecnologie si poteva stampare ovunque. Quindi io introdussi anzitutto una forte riforma strutturale, affrontai il ridimensionamento delle tipografie, del personale tecnico e anche dei giornalisti. Chiamammo all’appello anche i lettori (vendevamo in genere 200 mila copie al giorno, nelle vendite straordinarie 700, 800 mila copie. Primo maggio 1 milione di copie) vendendo per qualche giorno il giornale a 5000, 10000 lire, come sostegno. Quindi l’Unità uscì dalla crisi finanziaria, si riorganizzò, pareggiammo i conti. Questa è stata la mia opera che io considero di salvataggio. E portai anche una certa innovazione politica nel giornale, soprattutto tesi a fare un giornale meno urlato, dare più spazio al ragionamento, alla polemica (con i corsivi) alle inchieste. Insomma, penso di avere fatto un bel lavoro, insieme ai miei collaboratori: c’era Romano Ledda il mio co-direttore, una bella redazione di giovani intelligenti, c’era l’attuale direttore de Il Riformista, Polito, c’era Renzo Foa, mio capo redattore (purtroppo ora è andato a Forza Italia, vedo che scrive sul Giornale di Berlusconi), c’era l’attuale direttore di Liberazione, molti giovani, molte ragazze che oggi hanno un ruolo importante nel giornalismo italiano. C’era una redazione che riuscì ad essere molto affiatata con un rapporto col partito molto forte: nel senso che politicamente abbiamo sempre difeso la linea di Berlinguer, ma con una forte autonomia. La mia presenza garantiva un rapporto di dialettica e non di subordinazione rispetto al partito. Il giornale non si faceva a Botteghe Oscure. E’ stato un giornale che aveva una sua personalità, un giornale dentro la politica Berlingueriana ma con una sua personalità.
Quando Craxi emerse nel panorama politico italiano, nel suo partito qualcuno
avanzò dei dubbi a proposito di Craxi e del suo presunto riformismo.
Quando diventò presidente del consiglio, Berlinguer disse addirittura
che la democrazia era in pericolo. Lei che posizioni aveva assunto allora? E
oggi cosa ne pensa?
Su questo punto avevo avuto sempre una posizione diversa da Berlinguer, avevo avuto una polemica –prima di diventare direttore de l’Unità, nell’81- quando lui fece la “svoltina di Salerno”: finita la politica di solidarietà democratica passò alla parola d’ordine dell’alternativa democratica, con una polemica e una rottura col partito socialista che dava alla formula politica una forma di astrazione. L’alternativa con chi la fai insomma? Il governo c’era già! Il governo della DC con i socialisti e con i social-democratici, i repubblicani (il pentapartito, con i liberali. NdR). E io pensavo che bisognava continuare con la politica della solidarietà con una presidenza socialista, non più democristiana. Infatti subì una forte critica, anche pubblica, da parte della segreteria di Berlinguer. Su questo punto ho avuto sempre una posizione diversa rispetto a quella di Berlinguer. Ho mantenuto, anche nel giornale, una posizione critica nei confronti del partito socialista e della presidenza di Craxi, ma non aggressiva.
Parliamo di terrorismo. Come sì è posto il PCI di fronte alle brigate rosse? Ci sono stati dei cambiamenti nella linea di pensiero dal 1970 al 1987? Qualcuno dice che solo dopo l’omicidio dell’operaio Guido Rossa, tutti, ma proprio tutti si sono dissociati e allontanati definitivamente dalle BR. Cosa c’è di vero?
Mah, nel gruppo dirigente no. Nella periferia, nelle fabbriche, c’erano
forme di tolleranza nei confronti delle BR. Ma nel gruppo dirigente del partito,
no. La lezione “togliattiana”
che con le armi non c’era nulla da fare fu acquisita presto. L’omicidio
di Rossa “servì” a far capire a molti cos’erano effettivamente
le Brigate Rosse. Con Moro il partito tenne una posizione contro ogni trattativa,
quella che fu chiamata la politica della fermezza. Mi pare che su questo punto
è stata molto ferma la posizione del partito.
La –a mio avviso- giusta fermezza del PCI e di una parte della DC a proposito del sequestro Moro fu respinta dalla decisione di Craxi di trattare con le BR…
Esatto. Craxi invece pensava ad una trattativa e anche qualche pezzo della Democrazia Cristiana. Invece noi del PCI, il presidente Pertini, La Malfa, i repubblicani, una parte della DC, Zaccagnini (segretario della DC, che era stato anche un bravo partigiano) , e anche Andreotti, su questo abbiamo avuto una posizione di fermezza.
Almirante propose addirittura di ripristinare la pena di morte..
Ma sai, la pena di morte la chiese anche La Malfa. Ci sono sempre rigurgiti di fronte al terrorismo, alla mafia. Quando ci sono fatti gravi si pensa di risolvere tutto così. Io penso che sia una sciocchezza totale e non bisogna mai farsi prendere da queste forme di nervosismo.
Parliamo di Craxi: non molto tempo fa, Piero Fassino parlando dei punti di riferimento cui intendono ispirarsi d’ora in avanti i Ds, ha citato insieme a Berlinguer, Nenni, Gramsci, Turati, anche Bettino Craxi. Non le pare che questo nome stoni, e non poco, di fronte a mostri sacri della politica italiana come i sopraccitati?
Secondo me ha citato tutte le persone che sono dentro la storia del socialismo italiano. Craxi, con i suoi errori, anche seri e pesanti che fece, sta dentro la storia del socialismo italiano. Non solo perché è stato Presidente del Consiglio, segretario del partito, dell’Internazionale Socialista. Ma anche perchè lui ha introdotto delle idee di socialismo liberale, di una social-democrazia europea, che hanno avuto un impatto importante. La mia opinione è stata sempre -e mi pare ora si stia facendo strada- di non avere posizioni di tipo manicheistico, tutto cattivo tutto buono. Io penso che bisogna fare un’analisi in cui si veda quali sono stati i momenti nei quali Craxi e il partito hanno portato delle idee, delle innovazione che sono stati utili alla sinistra e quelle invece negative…
Non dimentichiamo,
anche per i nostri lettori più giovani, che Craxì fuggì
all’estero per non finire in carcere, avendo maturato due condanne definitive
a 10 anni e altre provvisorie di una quindicina d’anni. Per non parlare
della sua politica da capo del governo….
Io penso che Craxi sbagliò, non governo, perché il governo ebbe i suoi limiti ma era di tutto rispetto: c’era Scalfaro ministro degli interni, Vicentini ministro delle finanze, c’era Martinazzoli ministro della giustizia…
Andreotti agli Esteri…
C’era Andreotti agli esteri… All’ università c’era il rettore di Roma. Era un governo di personalità forte, democratico. Il governo di Craxi fu un governo -anche se l’ho criticato, non l’ho votato- tra i migliori che l’Italia ha avuto. Io penso che Craxi sbagliò tutto dopo. Pensava di tornare, costi quel che costi al governo. Non capì l’89…il muro di Berlino… Non capì che era finito il grande duello che c’era stato coi comunisti e che bisognava invece pensare all’unità della sinistra: lui invece pensava di tornare al governo. Fece una serie di errori compreso quello della corruzione: pensava di accumulare dei fondi che gli dovevano servire per la competizione con la DC per acquistare la presidenza del consiglio e governare il suo partito ecc..è stato un errore soprattutto politico e lo ha portato alle tangenti. Io penso che lì l’errore fu suo e di Occhetto. Anch’egli non capì l’89. L’errore di Craxi, grave, fu successivo al governo. Errore che lo ha portato poi ai processi, all’attività giudiziaria, alle condanne. Anche se io penso che nei suoi confronti ci sia stato un appesantimento esagerato..non che Tangentopoli non ci fosse, c’era! Non è stata inventata dai giudici, come qualcuno dice. C’è stata una pressione di opinione, un orientamento della magistratura che ha dato un colpo molto più pesante di quello che effettivamente era da dare.
Lei ha scritto un libro a proposito di Andreotti e dei suoi rapporti con Cosa
Nostra "Giulio Andreotti fra Stato e mafia". In coda alla sentenza
definitva nel processo Andreotti si legge “La
Corte, visti gli artt. 416, 416bis, 157 e ss., c.p.; 531 e 605 c.p.p.; in parziale
riforma della sentenza resa il 23 ottobre 1999 dal Tribunale di Palermo nei
confronti di Andreotti Giulio ed appellata dal Procuratore della Repubblica
e dal Procuratore Generale, dichiara non doversi procedere nei confronti dello
stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto
al capo A) della rubrica, commesso fino alla primavera deI 1980, per essere
Io stesso reato estinto per prescrizione e; conferma, nel resto, la appellata
sentenza.”
Giulio Andreotti dunque è stato ritenuto responsabile del reato di associazione
per delinquere, mafiosa, fino alla primavera degli anni ’80. Ma non è
punibile perché il reato è prescritto. Leggendo altri stralci
del processo vediamo che Andreotti è implicato in fatti gravissimi come
ad esempio l’omicidio Mattarella. Mi domando com’è possibile
che Andreotti dopo questa sentenza sia ancora senatore a vita, che entri ancora
in Parlamento, vada in trasmissioni televisive. Ultimamente fa anche le pubblicità.
Perchè in televisione e sui giornali si continua a ripetere che Andreotti
è innocente? Vogliamo distinguere un discorso meramente giuridico da
quello dei fatti?
Io penso questo: anzitutto bisogna ricordare
che c’è stata una prima sentenza del Tribunale, presieduta da un
grande magistrato, nella quale è stato assolto, senza prescrizione, senza
niente. In appello c’è stata quel tipo di sentenza che hai ricordato.
Io quella sentenza la considero sbagliata, perché è una sentenza
“pilatesca” ed equivoca. Perché? Perché è una
sentenza tipica in Italia, di alcuni magistrati, i quali dovevano dare un colpo
al cerchio e un altro alla botte. Cioè è avvenuto che per dargli
la colpevolezza ma al tempo stesso la prescrizione, Andreotti diventa complice
della mafia fino alla data in cui entra in vigore la legge sull’associazione
mafiosa. E’ uno spartiacque, dopodichè, dall’80 in poi Andreotti
è assolto perché compì atti contro la mafia: fece riarrestare
la cupola con un decreto ecc ecc. Questa separazione è costituita con
i pentiti, i quali per la prima fase sono credibili quindi dicono che era associato,
nella seconda fase gli stessi pentiti non sono più credibili e infatti
le cose che dicono non sono prese in considerazione, per non dargli (ad Andreotti,
NdR) l’associazione mafiosa. Se l’avessero condannato nella seconda
fase dovevano dargli l’associazione. Quindi è una sentenza tipica
di questo paese. Non hanno voluto smentire completamente la procura di Caselli
e non hanno voluto nemmeno condannare di associazione mafiosa Andreotti. Hanno
trovato questo escamotage con il quale gli danno l’associazione a delinquere
e non l’associazione mafiosa e la colpevolezza nella prima e non nella
seconda.
Io ho sempre sostenuto che le responsabilità di Andreotti, anche per
quello che riguarda la mafia sono pesanti, sono però uguali a quelle
della DC, perché il rapporto tra mafia e politica c’era già
dai tempi di Fanfani (Gioia, Lima, Ciancimino erano Fanfaniani), c’era
con Moro segretario del partito –non ricordo che Moro sia mai venuto in
Sicilia a rompere quel legame- c’era con Andreotti, forse appesantito.
Ma il problema del rapporto tra la mafia in Sicilia e la politica è un
rapporto che riguarda la DC. Infatti i democristiani che tralignavano venivano
uccisi, compreso Mattarella. Non che tutta la DC fosse mafiosa, non che tutta
la DC era dentro l’associazione mafiosa, questa è una versione
giudiziaria sbagliata. Avevano un rapporto di tolleranza, sapevano... attraverso
i prefetti, i questori, attraverso personale politico locale e trovavano il
modo di non intervenire come avrebbero dovuto fare. Iscrivo le responsabilità
di Andreotti in questa continuità, con più pesantezza.
Questo è assolutamente vero. Però Andreotti, ad esempio nel caso di Mattarella, ha incontrato Bontate…
Ma no! Ma questo non è provato!
Beh, è scritto in una sentenza.
Nel primo grado fu negato…nella sentenza di primo grado si dice il contrario.
Nella sentenza definitiva però…
Nella seconda sentenza. Appunto perché dovevano equilibrare ed era troppo pesante l’assoluzione, perché era la smentita completa della procura. I magistrati sono così… Hanno dovuto dare un colpo all’uno e un colpo all’altro. Salvare capra e cavoli, come si fa spesso nelle sentenze italiane.
A 15 anni di distanza la sinistra moderata italiana è passata dal 36%
del PCI considerando anche la fase emotiva post Berlinguer, al 20% dei DS. E’
stata così utile la svolta imposta da Occhetto.
Occhetto fece il PDS per non fare la
social-democrazia. Io penso che siamo ridotti a questo punto perché non
abbiamo avuto -quando si fece la svolta nell’89 – il coraggio di
chiamarci un partito social-democratico. Abbiamo fatto il PDS, i DS, la Cosa
Uno, la Cosa Due , la Cosa Tre… Abbiamo perduto una identità (quella
comunista NdR) senza prenderne un’altra. Siamo rimasti nel limbo...e
questa è la causa del fatto che questo partito ha mantenuto una certa
forza ma non ha potuto acquisirne un’altra e soprattutto non è
stata più in grado di avere un progetto politico che toccasse grandi
interessi e le nuove generazioni.