A noi le domande, a loro le risposte, a voi il giudizio


 

Vittorio Agnoletto. Medico, parlamentare europeo, eletto come indipendente nelle fila di Rifondazione comunista, portavoce del Genoa social forum, co-fondatore della LILA (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids) e tanto altro. Uno dei più importanti leader del movimento contro la globalizzazione liberista.
di CC

Vittorio, cos’è la globalizzazione?

Dobbiamo precisare di che cosa parliamo. Non credo che esista una globalizzazione sola. Quando noi parliamo di globalizzazione parliamo di quella che c’è attualmente: e quindi quella che noi definiamo come globalizzazione liberista, cioè il dominio degli interessi economici-finanziari al di fuori di qualunque regola politica. Sono l’economia e la finanza che dettano la propria legge, è il trionfo del mercato come ideologia assoluta.

E le multinazionali cosa sono? Perché vi battete contro di esse?

Le multinazionali sono le protagoniste di questa situazione. Oggi hanno molte volte un ruolo e un potere ampiamente superiori agli stati nazionali, sono in grado di delocalizzare il lavoro da una parte all’altra del pianeta riuscendo ad evitare qualunque controllo da parte dei governi, delle leggi, unicamente in nome del profitto. Assistiamo ad un potere sempre più invisibile ma sempre più centralizzato. Invisibile perché l’economia è sempre più finanziarizzata, funziona come una serie di scatole cinesi. Quindi molte volte, quando dei lavoratori si impegnano in una vertenza per ottenere migliori condizioni di vita non si trovano di fronte – come poteva essere un secolo, un secolo e mezzo fa - il “padrone”, il singolo datore di lavoro, ma si trovano di fronte semplicemente un rappresentante economico di un’altra industria che fa riferimento a un ulteriore centro finanziario. Ecco, queste imprese transnazionali ai giorni nostri riescono a determinare le regole globali attraverso alcuni strumenti precisi: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale o l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

Di fronte alla sempre più fasulla idea di libero mercato, come si deve comportare un consumatore che non vuole rendersi partecipe nel finanziare multinazionali che fanno dell’abuso e del profitto a tutti i costi le loro ragioni di vita?

Intanto sono assolutamente d’accordo sul fatto che si parli di libero mercato ma che il libero mercato non ci sia realmente. Siamo di fronte ad una situazione dove molte volte la concorrenza non esiste. Un numero ristretto di multinazionali costituisce cartelli, arrivando a controllare la gran parte del mercato. Di fronte a questa situazione, il tentativo che dobbiamo riuscire a realizzare è duplice: da un lato sviluppare tutte le strategie di commercio equo e solidale, stimolando il rapporto diretto tra produttori e consumatori, cercando – fin dove possibile - di bypassare le intermediazioni, rispettare i diritti dei produttori e garantire ai produttori condizioni di vita dignitose.

L’altro aspetto fondamentale è quello delle regole politiche condivise a livello internazionale: l’unico modo concreto per sottoporre le multinazionali al rispetto dei diritti umani e del diritto del lavoro. Ogni cittadino può avere la possibilità d’informarsi sui prodotti che arrivano nei nostri supermercati: quali sono le aziende che li producono, li distribuiscono e li rivendono. Molte volte dietro un’etichetta ci sono più aziende, e il nome della multinazionale conosciuta non si svela immediatamente al consumatore. Collettivamente, inoltre, abbiamo un altro asso nella manica: il «non acquisto». Se riuscissimo a realizzare a livello europeo delle campagne di boicottaggio di alcuni prodotti di multinazionali che non rispettano i diritti umani avremmo già fatto un grosso passo avanti.

In passato c’è stata l’esperienza del boicottaggio contro la Nestlè. Non siamo invece riusciti, purtroppo, a realizzare un’iniziativa analoga rispetto alle grandi aziende petrolifere. Avremmo potuto scegliere di non finanziare quelle che principalmente si stanno avvantaggiando del conflitto in Iraq, ad esempio. Ovviamente si tratta di un discorso complesso, perché in un modo o nell’altro quasi tutte le aziende petrolifere sono legate all’attuale modello di sviluppo fondato sulla guerra. Allo stesso modo sarebbe difficile il boicottaggio delle aziende farmaceutiche poiché le terapie sono necessarie. Nel frattempo però le multinazionali dei medicinali realizzano guadagni stratosferici e impediscono l’accesso ai farmaci a 40 milioni di africani sieropositivi, a causa dei costi proibitivi per tali popolazioni.

Quindi, in alcuni settori è possibile puntare sul commercio equo e solidale, mentre per altri è più opportuno organizzare delle campagne di boicottaggio. Ad altri livelli gli strumenti che dobbiamo utilizzare sono la denuncia, il consenso - da dare, ma soprattutto da togliere - e le regole da modificare.

Tornando al campo farmaceutico, che ben conosco, la chiave di volta è rappresentata dalla modifica degli accordi TRIPS, un regolamento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla proprietà intellettuale, che garantiscono ad ogni azienda farmaceutica il monopolio della produzione per vent’anni. In sostanza, per quel periodo, possono stabilire i prezzi che vogliono. Per ottenere l'esclusione dai TRIPS dei farmaci salvavita occorre un movimento di massa che riesca a incidere sui governi.

Boicottare può essere un primo passo, ma pensiamo alla Nestlè, ha più di 500 prodotti. Oggi si ha difficoltà perfino a trovare dei vestiti “eticamente prodotti”. E non si parla solo di Nike, Reebok, Levi’s...se anche le imprese italiane vanno a sfruttare la “manodopera a basso costo” in Cina, forse è tempo d’imparare a cucire…

Ovviamente, non possiamo tornare indietro nella storia.

Credo tuttavia che le pratiche di boicottaggio contro le multinazionali siano un'alternativa possibile, pur non risolvendo tutto il problema.

Per provare a cercare soluzioni di più ampio respiro, dobbiamo allora affrontare di petto le questioni economiche e non solo nazionali. Come? Impegnandoci perché ci siano norme a favore delle aziende che rispettano i diritti umani e delle imprese che mantengono i legami col territorio.

L'emblema di quest'argomentazione è l’agricoltura. Noi sappiamo, oggi, che l’Unione Europea sostiene questo settore attraverso enormi sovvenzioni economiche ai contadini del vecchio continente. L'obiettivo di tali contributi è quello di potenziare la vendita nei paesi del sud del mondo - o comunque all’estero - dei prodotti agricoli europei, attraverso un meccanismo di dumping. Ovvero mediante la vendita di un prodotto a un prezzo inferiore rispetto al costo di produzione. Un esempio: ipotizziamo che in Europa la produzione di una mela costi 10 e in Africa 5, se l’Europa per ogni mela prodotta dà un contributo di 8, chi la va a vendere in Africa a 3 comunque ci guadagna, mentre chi in Africa vende a 5 è fuori dalla competizione. Esiste pertanto una concorrenza sleale con i prodotti del sud del mondo. Ma poiché gran parte dell’agricoltura Europea è nelle mani di alcune grandi concentrazioni di Agro-Business, - cioè aziende transnazionali - con questo meccanismo dei finanziamenti non si fa altro che aiutare le grandi multinazionali europee, mentre falliscono i piccoli contadini o le aziende a conduzione familiare che ben conosciamo in Italia, e contemporaneamente vengono ridotti alla fame i contadini africani.

Dovremmo allora abolire i finanziamenti all’agricoltura per l’esportazione, che distruggono l’economia del sud del mondo e rafforzano le multinazionali, e convogliarli verso la produzione agricola ad uso locale.

Trova che i giovani siano vicini a questi temi o c’è ancora tanta disinformazione e molti pregiudizi per quest’area politico-culturale bollata come violenta, terrorista? (per usare gli aggettivi migliori..)

No, credo che gran parte dei giovani sia molto interessata a questi temi.

È impressionante vedere ai forum sociali, da Firenze a Porto Alegre, fino ai recenti summit di Caracas e BamaKo, vedere migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi con in mano una penna e un quaderno, intenti a prendere appunti, a cercare d’imparare, a cercare di capire. E mi sembra anche che la novità di questo movimento – perlomeno in Italia - sia la scelta pacifica, la scelta non-violenta. La stragrande maggioranza, oltre il 90% del movimento, ha scelto questa strategia. E l’ha scelta perché consapevole che su questi temi – cioè la critica alla globalizzazione liberista, al dominio del mercato - c’è la possibilità di costruire un grosso consenso, coinvolgendo l’opinione pubblica. Sappiamo perfettamente che il ricorso alla violenza non ci fa raggiungere il risultato ma al contrario ci fa perdere consenso. Uno dei punti di forza del movimento in Italia, negli ultimi anni, è stata la ricerca di una precisa coerenza tra i mezzi usati e il fine da raggiungere. Se utilizziamo un metodo violento cambierà anche lo scopo che ci siamo prefissati: questo è uno dei tragici insegnamenti del ventesimo secolo.

Chi sono i black block?

Dobbiamo distinguere tra i fatti del G8 di Genova e altri contesti. Nel capoluogo ligure, a luglio del 2001, ci sono stati gruppi di persone, di giovani che sono venuti al contro G8 ponendosi «fuori» da quelli che erano i messaggi, le scelte che allora il Genoa Social Forum aveva fatto. Noi avevamo dichiarato solennemente che non avremmo distrutto alcuna cosa né arrecato alcun danno alle persone. Quei gruppi si sono posti all'esterno di questo patto che legava invece centinaia e centinaia di associazioni. Penso che, nel caso di Genova, questi gruppi siano stati fortemente infiltrati, anche da rappresentanti dei Servizi Segreti e delle Forze dell’Ordine, i quali ne hanno anche diretto, in alcuni momenti, le azioni. Altrimenti non si spiegherebbe perché nessuno di loro sia stato fermato, arrestato o processato, e abbiano potuto abbandonare Genova in tutta tranquillità, mentre sono stati arrestati centinaia di pacifici manifestanti. Questi gruppi sono stati usati per arrecare un danno al movimento. Non discuto la possibilità che abbiano un' origine di sinistra, questo può essere anche soggettivamente vero, ma se devo esprimere un giudizio politico ribadisco che sono stati utilizzati per altri obiettivi, hanno danneggiato l’insieme del movimento.

Per disegnare agli occhi dell’opinione pubblica l’intero movimento come violento…

Questo è stato il tentativo della destra, del Governo: rappresentare l’insieme del movimento come un movimento violento. Tant’è vero che, ancora oggi, nei dibattiti in televisione su Genova, c'è chi proietta sullo sfondo le immagini delle azioni dei black block. Nessuno ha mai visto invece le immagini della grande manifestazione che ci fu giovedì 18 luglio, per i diritti e in favore dei migranti, con decine di migliaia di persone assolutamente pacifiche che attraversavano Genova.
È stato un tentativo di strumentalizzazione del Governo, che ha usato l’azione di questi piccoli gruppi, assolutamente insignificanti, per cercare di accusare tutto il movimento di violenza. La dimostrazione sta nelle immagini e nei video in cui persone all'apparenza riconducibili ai gruppi dei black block si avvicinano alle forze dell'ordine e si schierano dietro le linee dei poliziotti.


Nel suo libro La società dell'aids (Baldini Castoldi Dalai) lei parla di episodi agghiaccianti come alcune sperimentazioni di farmaci condotte in Africa. Ci può dire –per chi non avesse letto il libro- qualcosa a proposito?

È una delle pagine più brutte dell’attuale globalizzazione. La produzione di farmaci è tutta nelle mani di una decina di multinazionali. Un dramma, visto che parliamo di farmaci, non di merci come le altre, ma di uno strumento fondamentale per garantire la vita alle persone. Molte sperimentazioni di farmaci sono fatte in Africa, dove tante persone vengono utilizzate come vere e proprie cavie. E alla fine, quando si stabilisce l'efficacia del farmaco, esso viene venduto nell’emisfero nord-occidentale del pianeta ma non è disponibile per le popolazioni che ne hanno reso possibile la sperimentazione. A questo si aggiunga il mancato rispetto dell'etica in molte sperimentazioni realizzate in Africa.

Vorrei raccontare un episodio che descrivo nel libro. A metà degli anni Novanta si stava sperimentando un nuovo protocollo terapeutico per ridurre la trasmissione materno-fetale del virus HIV, cioè per ridurre la trasmissione dell’Aids da una donna sieropositiva incinta al proprio bambino. Ogni sperimentazione scientifica, in base alla convenzione di Helsinki, deve essere sottoposta ad un gruppo di controllo. In particolare, ad alcune persone viene somministrato il nuovo farmaco (o il nuovo protocollo terapeutico), mentre ad altri, con le stesse caratteristiche del primo gruppo, si dà il farmaco "migliore", la miglior terapia disponibile fino a quel momento. Per misurare la differenza.
Nel nostro caso a un gruppo di donne sieropositive venne dato il nuovo trattamento terapeutico e al «gruppo controllo» non venne data nessuna terapia. Col risultato di esaltare l’azione del nuovo protocollo terapeutico – perché dall’altra parte non veniva dato nulla- e limitandosi solo ad assistere passivamente, nel gruppo controllo, alla trasmissione del virus dalla donna sieropositiva al bambino. Una cosa assolutamente vergognosa. Se poi pensiamo che quei bambini, nati senza il virus dell’Aids (làddove il protocollo ha funzionato), hanno rischiato d’infettarsi nei mesi seguenti attraverso l’allattamento, poiché la multinazionale autrice della sperimentazione non ha fornito neanche il latte artificiale per nutrirli, ci rendiamo conto dell’assoluto disinteresse verso la vita delle persone.

Quelle stesse multinazionali, finita la sperimentazione, hanno rimandato nei loro villaggi le donne sieropositive che vi avevano partecipato, senza dargli alcun medicinale per curarsi.

Questo è un esempio di sperimentazione selvaggia condotta in Africa. Inutile dire che, una volta dimostrata la sua validità, quel protocollo terapeutico è stato utilizzato e venduto in Europa e nel Nord America ma non è mai stato messo a disposizione della popolazione africana. Anche se è proprio quel continente, con l'altissimo numero di donne sieropositive, che ne avrebbe più bisogno.

Ha ricevuto querele o richieste di smentite da parte di queste multinazionali del farmaco o comunque da ambienti vicini ad esse?

Assolutamente niente. Il silenzio più totale. Penso che il motivo sia molto chiaro: tutto quello che ho scritto è totalmente documentato. Portarmi in tribunale avrebbe significato dare un ulteriore risalto a quanto denunciavo e quindi facilitare il mio compito, cioè il tentare di rendere pubbliche queste informazioni e far sì che i media se ne occupino.

È stato difficilissimo far parlare i maggiori quotidiani italiani dei soprusi delle multinazionali del farmaco, per l' enorme potere, anche di condizionamento e pressione, di queste ultime . Non è un caso che l’industria farmaceutica negli ultimi 12 anni in Europa abbia distribuito i dividendi maggiori tra i propri azionisti, rispetto a qualunque altro settore industriale. Negli USA è stata scavalcata unicamente nel 2002 dall’industria militare, rimanendo comunque al secondo posto. Questo indice palesa il potere economico di queste imprese e la conseguente capacità di condizionare il potere politico. D’altro canto, gran parte del mondo medico-sanitario occidentale e italiano, o meglio i centri coinvolti in varie sperimentazioni, lavora in una situazione di totale dipendenza dalle multinazionali.

E’ vero che alcune banche Italiane investono i soldi dei risparmiatori nel commercio di armi?

È assolutamente vero. È anche vero che di fronte a queste scelte è possibile opporsi e ottenere dei risultati.

Circa un anno e mezzo fa, una decina di associazioni hanno lanciato una campagna che si chiamava «Manca intesa», contro il gruppo Banca Intesa , accusato di essere uno degli istituti bancari che sosteneva maggiormente la produzione di armi. Banca intesa era anche coinvolta nella costruzione di tre oleodotti in diverse parti del globo; emerse chiaramente che i diritti delle popolazioni che abitavano quelle zone del pianeta venivano calpestati per realizzare quel progetto.

La campagna era appena stata avviata, con la prima conferenza stampa, in cui s’invitavano i correntisti di Banca Intesa a ritirare i propri conti.

Il risultato? L’amministratore delegato della banca ha mandato una lettera alle associazioni promotrici della campagna. Dicendo, in buona sostanza:

1- Banca intesa non è tra le banche che più sovvenzionano i produttori di armi, però lo facciamo e nel giro di un anno garantiamo che usciremo da tutte queste operazione.
2- riconosciamo che la costruzione di due oleodotti su tre non rispetta i diritti umani: usciremo anche dagli accordi economico-finanziari che stanno dietro a tali progetti.
Si è ottenuto in questo caso specifico un risultato importante. Questo significa che quando si agisce in modo collettivo e organizzato si possono raggiungere degli obiettivi. In che modo? Ognuno di noi, nel mondo occidentale, è lavoratore, risparmiatore e consumatore. E ognuno di noi può partecipare alla lotta per il cambiamento del mondo su tutti e tre questi terreni. Lottando sul proprio posto di lavoro per migliorare le condizioni di vita proprie e altrui. Lavorando e agendo come consumatore consapevole, e quindi decidendo di acquistare i prodotti del commercio equo o di ditte che rispettano i diritti umani. Come risparmiatore, decidendo di non dare i propri soldi alle "Banche Armate" (che sostengono la produzione di armi) e magari depositando il proprio conto presso Banca Etica.

Lei è parlamentare Europeo. Com’è considerato il governo Italiano dal resto d’Europa?

(sospira, NdA) Purtroppo...siamo veramente messi in un angolo e fortemente derisi.

Addirittura!

Eh, sì! Mi viene in mente quando Buttiglione è venuto a Bruxelles per sottoporsi all’esame delle Commissioni Parlamentari, visto che doveva entrare nella Commissione Europea. Venire davanti a una commissione di parlamentari di venticinque Paesi a sostenere che la famiglia ha senso perché il marito mette la donna in condizioni di poter generare dei figli, e parlare di omosessualità come una malattia o una devianza è qualcosa che, al di là degli schieramenti politici, ha creato immediatamente una reazione in tutti i parlamentari europei. Così come la condizione di conflitto d’interessi nella quale si trova Berlusconi, decisamente osteggiata non solo della sinistra, ma da tutte le forze politiche europee. Infatti si avverte una certa difficoltà nel gruppo dei popolari (i conservatori) al Parlamento europeo nel comprendere al proprio interno Forza Italia. Non dimentichiamo la reazione collettiva del Parlamento Europeo quando Berlusconi ha dato del “kapò” a un parlamentare socialdemocratico tedesco.

Quindi siamo derisi o, tutt'al più, trattati con sufficienza. Non mi riferisco però ai parlamentari italiani, quanto piuttosto al Governo italiano. Credo che di questo se ne stia rendendo conto anche Frattini, commissario italiano nella Commissione Europea, nominato dall'attuale governo di centro destra, il quale per cercare di avere un ruolo autonomo, lentamente, senza grandi colpi di scena, sta cercando di distanziarsi dalle stesse posizioni del Governo italiano. A questo aggiungiamo il fatto che almeno una volta ogni due mesi il Parlamento europeo vota una mozione in cui viene stigmatizzato o condannato il comportamento del Governo italiano, soprattutto sulle questioni che riguardano l’immigrazione e sui trattamenti riservati ai migranti all’interno dei centri di permanenza temporanea.

Lei è anti americano?

Come si fa ad essere contro un popolo? Io sono contro la politica dell'attuale governo degli Stati Uniti. Esattamente come sono contro il governo Berlusconi, e non sono certo anti italiano.

Cosa pensa a proposito di quelle sette elitarie come «Skull & Bones» -di cui sia Bush sia Kerry fanno parte- o di quelle lobby neo-cons che pare abbiano enorme potere soprattutto negli Stati Uniti?

Di queste lobby posso pensare solo tutto il male possibile. Sono gruppi ristretti di persone che pensano di avere nelle loro mani il destino del mondo. Mi è capitato di partecipare a un incontro di una lobby politico-militare che si riuniva a Parigi, che per un contraddittorio voleva invitare un rappresentante del movimento, e ho ascoltato dei discorsi assolutamente incredibili. Parlavano di armi che potevano distruggere intere popolazioni come si può parlare di noccioline. Trattavano la cartina del mondo come il Risiko. Io ne rimasi molto colpito, per certi versi scioccato. Questi gruppi sono molto pericolosi per l’ideologia che propongono: il dominio sul mondo, una visione egemonica che utilizza le parole «democrazia» e «diritto» unicamente per pensare di garantire interessi strettamente materiali. Nella storia umana, tutte le volte che le ideologie e il fanatismo sono arrivati a fondersi tra di loro hanno prodotto solo enormi tragedie per il mondo intero.

Torniamo in casa nostra. Quali sono le critiche principali che muove al governo Berlusconi?

Beh, potremmo scrivere un’enciclopedia!

In sintesi, da un lato ha attaccato le condizioni di vita materiali della maggioranza della popolazione e dall'altro ha garantito gli interessi economici del Presidente del Consiglio, ovviamente, e di un ristretto gruppo di persone. Allo stesso tempo ha fortemente ridotto gli spazi democratici.

La democrazia non è semplicemente il diritto di votare ogni 4, 5 anni.

È libertà di opinione, di espressione, ma soprattutto, oggi, è la possibilità di accedere ai media, senza il controllo enorme che tutti ben conosciamo.

Quando i poteri di controllo e i poteri controllati coincidono c’è qualcosa che non va…

L’aver tentato di modificare la Costituzione italiana è un altro forte attacco alla democrazia e ai principi di garanzia e di convivenza democratica insiti nello stato italiano. Della stessa gravità è aver messo in discussione il cardine sul quale si basa, dalla rivoluzione francese in poi, lo Stato moderno, cioè l’autonomia dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario e - aggiungiamo oggi - dell’informazione.

Il decreto Berlusconi sulle droghe sembra una legge scritta negli anni ’30 da Anslinger. Rischiamo di confondere la legalità col cieco proibizionismo. Cosa ne pensa?

Non è un caso che abbiano approvato questa legge solo a fine legislatura.

È un manifesto ideologico che nella realtà non potrà essere realizzato, perché comporterebbe decine di migliaia di nuovi detenuti e riproporrebbe quel disastro che fu il proibizionismo negli Stati Uniti. È un tentativo di costruzione dello Stato etico, dove etica sta per moralismo ed ideologia. É il riproporsi di posizioni che non hanno nulla di scientifico, e che anzi sono in netto contrasto con tutte le dimostrazioni scientifiche esistenti in materia di droghe.

Fino alla «fesseria» di dire che chiunque fuma uno spinello prima o poi arriva all’eroina: come dire che chiunque beve un bicchiere di vino diventa un alcolizzato!

Da questo punto di vista siamo proprio all’estremo opposto rispetto a qualunque paradigma scientifico.
Con una legge che propone il carcere a chi fuma, detiene qualche spinello – la quantità verrà stabilità dal ministero della Salute - il risultato sarà quello di spingere centinaia di migliaia di ragazzi a nascondersi sempre di più, a sfuggire il contatto con chi lavora in questo campo, consegnandosi completamente al mercato nero. Vuol dire rafforzarne l’unicità del mercato nero, cioè far sì che gli spacciatori di cannabis siano gli stessi che vendono eroina e cocaina.

É un gran regalo al narcotraffico.

D’altra parte, cosa possiamo aspettarci da un governo (sorride, NdA) che ha garantito il libero accesso alla cocaina all’interno dei ministeri?!

Cosa si sente di dire a quei giovani che, credendo di fare un atto rivoluzionario e controcorrente come farsi una canna, alimentano e finanziano associazioni criminali che con i proventi derivanti dalla vendita di queste sostanze incassano centinaia di milioni di euro l’anno?

Direi a quei giovani di lottare per ottenere la depenalizzazione totale per l’uso della cannabis. L’unico modo per sottrarre al mercato nero questi ragazzi, per evitare che aiutino di fatto il narcotraffico, è quello di trovare delle forme di legalizzazione del consumo della cannabis. Cosa che può essere fatta con una legge ad hoc che stabilisca anche dei limiti, delle differenze di età, ma che comunque regolamenti la vendita legale di cannabis. Da questo punto di vista non si può accusare un giovane che si fa uno spinello di rafforzare il narcotraffico: questo è il risultato di una legislazione proibizionista.

Pisanu teme che i No Global creino disordini per le olimpiadi. Dice "crescente aggressività dell'antagonismo no global, dei centri sociali e degli anarco-insurrezionalisti". E ancora "Mi auguro che questi gruppi non vogliano produrre altri gravi danni all'immagine del nostro paese". Sono timori fondati?

L'affermazione di Pisanu è veramente grave, si spiega solo col tentativo di strumentalizzazione politico-elettorale. «Oggi il rischio di questi movimenti è molto maggiore del terrorismo»: questa è una dichiarazione strumentale, fondata sulla ricerca del consenso elettorale attraverso una facile demagogia.
Per quanto riguarda la vicenda delle Olimpiadi, cominciamo col dire una cosa: per venti giorni ci mostrano una valle, bellissima, tranquilla, il massimo, un prodotto da esportare in tutto il mondo. Dopo quei venti giorni la stessa valle si pensa di distruggerla, di rovinarla, attraverso la TAV. È la contraddizione che ha di fronte la popolazione della Valsusa: prima ci mostrate al mondo come una vetrina di un evento sportivo e poi ci volete condannare a diventare discarica di amianto ed uranio per tutto il resto della nostra vita e della vita della valle.

La seconda questione è che fino ad ora [9 febbraio] la fiaccola è stata fatta tornare indietro due volte dalla Valsusa. Decisione già presa in anticipo dagli organizzatori, visto che le proteste hanno prodotto solo una bandiera posta sopra la fiaccola. Al massimo era la bandiera che rischiava di bruciarsi…

Tanto è bastato per dire «torniamo immediatamente indietro», e per montare un caso, criminalizzando il movimento NO-TAV. Ma la verità è un'altra.

Perché non si dice che la fiaccola non può muoversi se non ha al suo fianco gli sponsor? Gli accordi economici firmati, dichiarati anche pubblicamente, sono questi. La fiaccola può girare solo insieme agli sponsor: una grande operazione commerciale fatta con diverse multinazionali che non rispettano i diritti umani.
Terza questione: le Olimpiadi sono nate come segno di pace e di fratellanza. Ma qui vengono trasformate in qualcos’altro.

Le iniziative da realizzare sono tutte pacifiche, non contro la fiaccola in sè, ma di critica alle multinazionali. A decidere devono essere gli abitanti della Valsusa, perché ogni comunità dev’essere responsabile delle scelte fatte sul proprio territorio. Non è la fiaccola, non sono le Olimpiadi, il nostro avversario, dobbiamo sempre mantenere la scelta fatta fino ad ora: un grande movimento pacifico.

Cosa consiglia a un giovane che comincia a interessarsi di politica?


Di essere curioso. Di non accontentarsi mai delle cose semplici. Di cercare sempre di capire. E di fronte ai fatti di porsi la domanda: «a chi può servire? Chi ne trae vantaggio?».

 

Se possedete un sito internet o un blog e volete ospitare l'intervista a Vittorio Agnoletto mandate una mail alla redazione di Chimera