Cosa
vuol dire nel 2006 essere un anarchico?
Essere anarchico oggi penso che possa significare mantenere ancora
una prospettiva di cambiamento radicale. O si è –da un punto
di vista personale-ideologico- convinti che questo è il mondo migliore
o comunque è impossibile da modificare, e quindi se ne fa una sorta
di ragione, o si continua, come noi continuiamo, a pensare che è
possibile modificare radicalmente la struttura, perché pensiamo
che questo è uno dei peggiori mondi possibili. Perché anarchici?
Perché sostanzialmente l’esperienza sia di carattere riformista,
sia l’esperienza di carattere radicale (l’esperienza comunista
realizzata o socialista realizzata) hanno dimostrato che quel metodo lì
non è il metodo corretto. Il riformismo ha fallito e fallisce perché
questa generazione, la vostra, è una generazione che starà
peggio di noi, dal punto di vista sociale, economico, di spazi di libertà.
Questa visione del riformismo storico di aumenti graduali con il miglioramento
graduale, si è scontrata con la storia reale. Oggi viviamo una
fase in Italia e nel mondo occidentale, in cui si torna indietro, in termini
di diritti, di possibilità di lavoro, e anche di convivenza sociale
(c’è un decadimento dei valori, degli aspetti sociali e solidali).
L’esperienza comunista realizzata, con riferimento all’URSS
e ai paesi dell’est, è stata un’esperienza che noi,
come movimento, contestammo e abbiamo contestato anche all’interno,
ma inevitabilmente rappresentò un tentativo da parte del movimento
operaio di autonomia. Il famoso assalto al cielo. Quella via lì
si è dimostrata una via non corretta, quindi penso che l’ipotesi
anarchica, comunista libertaria, sia l’ipotesi all’ordine
del giorno, dove mantieni una voglia di trasformazione evitando queste
due vie che ti dicevo.
Molto spesso la gente associa all’anarchia
il caos, l’assenza di benessere, e molto spesso la violenza. Pochi
però hanno letto le teorie di Bakunin, di Proudhon..o -per restare
in casa nostra- di Malatesta. Eppure c’è questa idea dominante
che l’anarchico è cattivo e violento. Come se lo spiega?
Come in tutte le cose c’è una sorta di rapporto di
doppia verità. Da una parte disegnare l’anarchico come violento,
come marginale, come “strano”, è funzionale al sistema
dominante, perché chiaramente l’anarchismo e gli anarchici
hanno sempre rappresentato una prospettiva di trasformazione sociale diversa,
hanno sempre dato l’immagine di possibilità di modificare
questa struttura. Quindi c’è il tentativo da parte del potere
di marginalizzare. L’altra mezza verità è che effettivamente
il movimento anarchico in quanto tale (come spesso succede) a volte ha
fatto propria questa immagine che la borghesia ha dato, in parte se n’è
appropriato, alimentandola. E’ anche vero che i settori che nel
movimento anarchico si sono comportati in questo modo sono realmente frange
marginali. Nella storia del movimento, la parte militante, quella che
nella storia del movimento operaio, nelle organizzazioni sindacali, ha
avuto un peso è tutt’altra cosa rispetto all’immagine
“bohèmien” che in genere si sposa all’anarchico.
Venerdì
12 dicembre 1969, Milano. Esplode un ordigno nella banca dell’agricoltura:
17 morti e 86 feriti.. è la strage di piazza Fontana. La polizia
ha le idee chiare: sono stati gli anarchici. Il prefetto di Milano Libero
Mazza telegrafa al Presidente del Consiglio Mariano Rumor : “(…)ipotesi
attendibile indirizza indagini verso gruppi anarcoidi(…)”.
Come si spiega questa certezza –smentita dai fatti- da parte delle
forze dell’ordine e dello Stato?
Ce lo spieghiamo col fatto che in Italia, nel dicembre del ’69,
si stava sviluppando uno dei più grossi movimenti, e operai, e
di rivolta giovanile, a livello europeo. C’era stato l’anno
prima il “maggio francese” che aveva determinato una forte
ribellione a livello giovanile, aveva creato una situazione di riferimento,
però era stato sconfitto, De Grulle riesce in quale maniera a tamponare
questa rivolta. In Italia, nel ’69, i giovani iniziarono a coordinarsi
con le strutture operaie, strutture operaie nuove, che contestavano da
sinistra la CGIL (fu in quel periodo la nascita dei CUB (comitati unitari
di base) nelle fabbriche). Da parte del “padronato italiano”
si tentò, quella che viene storicamente riconosciuta, la “strategia
della tensione”. Si doveva in qualche modo tentare di bloccare questa
grande avanzata operaia e giovanile. Con le bombe, gli attentati, ecc…
Perché s’indicò gli anarchici? Perché il movimento
anarchico in quel periodo era “l’anello debole” del
movimento operaio. Era un movimento che sostanzialmente, dal dopoguerra,
era un po’ ripiegato su se stesso. Con la presenza di settori marginali,
individualisti, quindi anche facilmente strumentalizzabile, per cui si
puntò il dito contro di essi. Ma l’obbiettivo non fu tanto
e solo il movimento anarchico quanto la grande ribellione a livello operaio
e giovanile.
E’ del resto vero che alcune frange autodichiaratesi anarchiche
in quegli anni mettevano le bombe. Facevano parte di una minoranza oppure
era nella mentalità comune dei collettivi anarchici l’idea
che per arrivare ad un obiettivo dovevi comunque usare la violenza?
Nel dna dell’anarchismo il fine non giustifica mai i mezzi.
L’elemento di distinzione forte con le scuole di pensiero socialiste
e comuniste è proprio questa grande discussione che nel movimento
c’è sempre sul mezzo e il fine. E’ vero che il movimento
anarchico, ma non solo, anche quello insurrezionale, rivoluzionario di
inizio secolo, per una questione storica, ha usato e ha teorizzato quella
che si chiamava la “politica del fatto”, cioè l’attentato
individuale o l’azione individuale. Questa tradizione risorgimentale
in qualche maniera era rimasta all’interno del movimento anarchico
nel dopoguerra, in frange ristrette. Di tutti gli attentati che ci sono
stati in Italia, di tutta quella infinità di interventi dichiaratamente
stragisti e violenti, compagni anarchici implicati non ci sono mai stati.
C’è una sorta di retaggio risorgimentale in una frangia minoritaria
sull’atto individuale, ma come ti dicevo, nel movimento anarchico
organizzato, è sempre stato contestato.
Qual’era la vostra posizione quando
nei famosi anni di piombo, le BR mettevano a ferro e fuoco l’Italia?
In quegli anni tutti noi facevamo politica attiva, era una posizione
di forte critica. Storicamente si determinò uno scontro tra lo
Stato le Brigate Rosse. Era uno scontro enorme che creò problemi
e noi e ad altre forze politiche perché rischiavi di essere visto
come vicino a queste formazioni. Da parte nostra la posizione politica
che abbiamo sempre espresso è una posizione di condanna, delle
Brigate Rosse nello specifico, e di tutte quelle formazioni che in quegli
anni c’erano…che erano un’infinità. Sulla base,
sia del ragionamento dei mezzi e fini, sia sulla dinamica concreta. Le
BR in particolare si rappresentavano come una sorta di comitato centrale
che avevano deciso di essere in guerra con lo Stato, non verificando fino
in fondo se le azioni che loro facevano avessero una corrispondenza reale,
o verificando fino in fondo se quello o spostasse il terreno del confronto
politico. Dal punto di vista dei mezzi e fini, noi siamo portatori un
progetto di trasformazione che dev’essere accompagnato dall’azione
collettiva e non da gruppi avanguardisti, tant’è che le BR
hanno una natura ideologica lontana dall’anarchismo ma è
completamente all’interno dello Stalinismo.
Già da allora avevate dei dubbi
a proposito quello che molti anni dopo scriverà Flamigni? Le “convergenze
parallele”, i contatti di alcuni brigatisti con la CIA e i Servizi
Segreti.
Sicuramente c’è stata una regia occulta. Come storicamente
succede per le varie formazioni politiche rivoluzionarie o insurrezionali,
è chiaro che c’era una regia occulta, questi compagni sono
stati usati al di là della loro volontà.
"Domandiamo:
se il proletariato sarà il ceto dominante, su chi dominerà?
Questo significa che rimarrà ancora un altro proletariato, il quale
sarà sottomesso a questo nuovo dominio, a questo nuovo Stato".
Questo era Bakunin che criticava il marxismo. Qual’era il vostro
rapporto con i comunisti?
Il rapporto con i comunisti è
un rapporto cordiale, corretto. Sia politicamente che personalmente. Il
problema con il comunismo, rispetto alla frase di Bakunin che dicevi,
parte proprio da questo nocciolo teorico. Noi siamo convinti, lo eravamo
già allora, (eravamo in polemica con Marx e con gli intellettuali
dell’epoca) che un progetto di trasformazione, che deve vedere l’affrancamento
dei lavoratori, del popolo, la possibilità di rispondere ai bisogni
e non più al profitto, passa inevitabilmente attraverso la struttura
autogestionale della società. Non può passare attraverso
la questione di scontro a livello della dittatura del proletariato. Su
questo aspetto, su questo uso del mezzo, la dittatura del proletariato,
che appunto Bakunin in maniera più arguta e ironica commentava
“allora qualcuno che comanda ci sarà..”. E’ l’elemento
su cui l’anarchismo storicamente si è caratterizzato, proprio
su questa grande polemica, anche su altre, ma su questa in particolare.
Abbiamo visto molti che si definivano anarchici,
ad esempio Mario Merlino, in gruppi di estrema destra. E’ una contraddizione?
Dov’è collocato politicamente l’anachico?
Merlino è storicamente un infiltrato, nel gruppo di Valpreda.
Storicamente è messo lì dai servizi segreti, era un militante
di destra. Non c’entra niente con noi.
Noi siamo parte integrante del movimento operaio, facciamo parte, ci sentiamo
del popolo della sinistra, siamo parte integrante del popolo della sinistra.
Gli anarchici fanno parte –storicamente- del movimento operaio perché
sono all’interno della Prima Internazionale, la prima grande associazione
operaia, formata da Marx, Hengels, nel 1864 a Londra, che si scontrano,
entrano in polemica con l’ala Marxista. Però siamo all’interno
di un dibattito del movimento operaio. Quello che ci ha diviso e storicamente
ci divide, è la questione pratica dei mezzi e delle strategie nel
senso che non condividiamo né una certa concezione del partito
né la dittatura del proletariato. Il primo partito operaio in Italia,
ancor prima del partito socialista, storicamente l’hanno fatto gli
anarchici, perchè il congresso dell’Internazionale Anarchica
è del 1872 a Forlì, il segretario è Cafiero, che
è quel signore che ha fatto il compendio de Il Capitale di Marx,
ed era un compagno nostro. I Circoli operai, a Napoli, (dove parteciperà
in seguito anche Malatesta, per intenderci) sono strutture formati da
compagni anarchici.
Chi sono i Black Block? Sono anarchici?
Lei è nell’ambiente anarchico italiano.. come vengono visti
questi personaggi da voi?
Qui siamo di fronte a un’area di ribellismo giovanile. All’interno
di questi Black Block –che non è un partito, non è
una struttura definita- ci sono anche gli anziani. Sono venuti agli onori
della cronaca nel ’99 quando a Seattle attaccarono i poliziotti
in occasione del summit del Wto. Non fanno parte del movimento anarchico.
Qui in Europa i Black Block si sono saldati con settori sfrangiati con
la vecchia autonomia tedesca. La quale negli anni ’70 ’80
fine ’90 aveva simpatie per l’area autonoma che c’era
qui in Italia che era di derivazione Marxista-Leninista. Col movimento
anarchico questi black block non hanno niente a che vedere.
I black block di Genova erano infiltrati?
No no no…anche qui c’è una doppia verità:
sicuramente all’interno di questi black block, come all’interno
delle tute bianche o degli anarchici, la capacità di controllo
repressiva e preventiva da parte delle forze di polizia è forte.
Infiltrano in ogni dove. Laddove ci sono realtà deboli dal punto
di vista organizzativo è chiaro che è semplice metterci
l’infiltrato, il “questurino camuffato” e quant’altro.
Ma fare un’equazione –come fu fatta in passato- anarchici
bombaroli, brigate rosse pagate dai servizi segreti, black block poliziotti,
sono equazioni antistoriche, non vere, che non servono a spiegare i fenomeni
reali. Se dietro a ogni cosa c’è il burattinaio anche per
noi sarebbe complicato pensare a un mondo nuovo. E’ verosimile pensare
che a Genova ci sono stati degli infiltrati, ma dire che l’intero
movimento è manovrato è disonesto.
Il rapporto con le urne degli anarchici
è noto. Disertare è quasi d’obbligo. Ma in una situazione
politica come la nostra non le sembra sarebbe meglio mettere per un attimo
gli ideali da parte e votare il cosiddetto male minore?
Gli anarchici si caratterizzano per l’astensione. Ma anche
qui…guarda, gli anarchici sono gente molto pratica, in realtà,
quasi tutti, “alla zitta” il più delle volte vanno
a votare.
Ma sul discorso del male minore ci sarebbe da discutere. Assomiglia molto
a quando Montanelli diceva “votiamo DC turandoci il naso”.
E’ vero che noi tutti ci auguriamo che Berlusconi “faccia
festa”. Ma è altrettanto vero che mandare a casa Berlusconi
non basta. Quello che occorrerebbe fare è mandare a casa una compagine
governativa sulla base di progetti, obiettivi, capacità di mobilitazione
che invece in questo momento non ci sono. Quindi, al di là del
voto singolo che l’anarchico può dare o non dare, c’è
una verità storicamente forte, cioè che gli anarchici hanno
il compito di ricordare (dove riusciamo ad arrivare) alla gente che non
basta andare a votare ogni cinque anni. Quello che serve è una
mobilitazione costante affinché alcuni obiettivi siano conquistati.
Il rischio è quello di pensare che la via parlamentare possa essere
esaustiva, noi nel nostro movimento lo chiamiamo –senza offesa per
nessuno- il “cretinismo parlamentare”, nel senso che se non
riusciamo a far comprendere alla gente che quel voto in se non serve più
di tanto in questo momento, ma serve la partecipazione, serve la comprensione,
serve l’agitazione, rischiamo di non scegliere il male minore ma
di acuire queste contraddizioni: la gente va a votare convinta che quel
voto pesi e poi si trova una compagine governative che fa tutto l’opposto,
e non hai strumenti. Un po’ quello che è successo, senza
scomodare la storia, nel ’96 con il governo Prodi. Quando il “popolo
di sinistra” è stato convinto di avere un governo amico,
ma questo governo amico, per quanto riguarda i lavoratori ma non solo…i
giovani, ha determinato una grave situazione…con la guerra in Albania,
la guerra nel Kosovo, la legge Treu, la non-legge sul conflitto d’interessi,
la legge sull’immigrazione (Turco-Napoletano)…su questa rete
fatta dal centro-sinistra la compagine di Berlusconi ha avuto facile gioco.
Quindi sull’aspetto del voto-non voto il movimento, saggiamente,
si caratterizza non tanto e non solo per l’astensione quanto per
il fatto che non è questa la via per cambiare.
Però per chi ha una prospettiva
di cambiamento, è più facile agire con un governo di sinistra
che con Berlusconi al governo.
Certo, detto questo è chiaro che è più facile.
Per me è più facile convincere della bontà dell’anarchismo
un comunista che un fascista. I movimenti rivoluzionari sono forti, presenti,
quando c’è una grande forza riformista. Negli anni ’60
’70 c’era il vecchio partito comunista, c’era la CGIL
che aveva un grande peso, il movimento riformista era un movimento forte.
La presenza di questo movimento forte determinò la possibilità
di organizzazioni ancora più a sinistra che avevano la possibilità
di avere un’agibilità politica.