A noi le domande, a loro le risposte, a voi il giudizio!


Colloquio con Cristiano Valente. Militante del circolo Comunismo Libertario.
di CC

Cosa vuol dire nel 2006 essere un anarchico?

Essere anarchico oggi penso che possa significare mantenere ancora una prospettiva di cambiamento radicale. O si è –da un punto di vista personale-ideologico- convinti che questo è il mondo migliore o comunque è impossibile da modificare, e quindi se ne fa una sorta di ragione, o si continua, come noi continuiamo, a pensare che è possibile modificare radicalmente la struttura, perché pensiamo che questo è uno dei peggiori mondi possibili. Perché anarchici? Perché sostanzialmente l’esperienza sia di carattere riformista, sia l’esperienza di carattere radicale (l’esperienza comunista realizzata o socialista realizzata) hanno dimostrato che quel metodo lì non è il metodo corretto. Il riformismo ha fallito e fallisce perché questa generazione, la vostra, è una generazione che starà peggio di noi, dal punto di vista sociale, economico, di spazi di libertà. Questa visione del riformismo storico di aumenti graduali con il miglioramento graduale, si è scontrata con la storia reale. Oggi viviamo una fase in Italia e nel mondo occidentale, in cui si torna indietro, in termini di diritti, di possibilità di lavoro, e anche di convivenza sociale (c’è un decadimento dei valori, degli aspetti sociali e solidali). L’esperienza comunista realizzata, con riferimento all’URSS e ai paesi dell’est, è stata un’esperienza che noi, come movimento, contestammo e abbiamo contestato anche all’interno, ma inevitabilmente rappresentò un tentativo da parte del movimento operaio di autonomia. Il famoso assalto al cielo. Quella via lì si è dimostrata una via non corretta, quindi penso che l’ipotesi anarchica, comunista libertaria, sia l’ipotesi all’ordine del giorno, dove mantieni una voglia di trasformazione evitando queste due vie che ti dicevo.

Molto spesso la gente associa all’anarchia il caos, l’assenza di benessere, e molto spesso la violenza. Pochi però hanno letto le teorie di Bakunin, di Proudhon..o -per restare in casa nostra- di Malatesta. Eppure c’è questa idea dominante che l’anarchico è cattivo e violento. Come se lo spiega?

Come in tutte le cose c’è una sorta di rapporto di doppia verità. Da una parte disegnare l’anarchico come violento, come marginale, come “strano”, è funzionale al sistema dominante, perché chiaramente l’anarchismo e gli anarchici hanno sempre rappresentato una prospettiva di trasformazione sociale diversa, hanno sempre dato l’immagine di possibilità di modificare questa struttura. Quindi c’è il tentativo da parte del potere di marginalizzare. L’altra mezza verità è che effettivamente il movimento anarchico in quanto tale (come spesso succede) a volte ha fatto propria questa immagine che la borghesia ha dato, in parte se n’è appropriato, alimentandola. E’ anche vero che i settori che nel movimento anarchico si sono comportati in questo modo sono realmente frange marginali. Nella storia del movimento, la parte militante, quella che nella storia del movimento operaio, nelle organizzazioni sindacali, ha avuto un peso è tutt’altra cosa rispetto all’immagine “bohèmien” che in genere si sposa all’anarchico.

Venerdì 12 dicembre 1969, Milano. Esplode un ordigno nella banca dell’agricoltura: 17 morti e 86 feriti.. è la strage di piazza Fontana. La polizia ha le idee chiare: sono stati gli anarchici. Il prefetto di Milano Libero Mazza telegrafa al Presidente del Consiglio Mariano Rumor : “(…)ipotesi attendibile indirizza indagini verso gruppi anarcoidi(…)”. Come si spiega questa certezza –smentita dai fatti- da parte delle forze dell’ordine e dello Stato?

Ce lo spieghiamo col fatto che in Italia, nel dicembre del ’69, si stava sviluppando uno dei più grossi movimenti, e operai, e di rivolta giovanile, a livello europeo. C’era stato l’anno prima il “maggio francese” che aveva determinato una forte ribellione a livello giovanile, aveva creato una situazione di riferimento, però era stato sconfitto, De Grulle riesce in quale maniera a tamponare questa rivolta. In Italia, nel ’69, i giovani iniziarono a coordinarsi con le strutture operaie, strutture operaie nuove, che contestavano da sinistra la CGIL (fu in quel periodo la nascita dei CUB (comitati unitari di base) nelle fabbriche). Da parte del “padronato italiano” si tentò, quella che viene storicamente riconosciuta, la “strategia della tensione”. Si doveva in qualche modo tentare di bloccare questa grande avanzata operaia e giovanile. Con le bombe, gli attentati, ecc…
Perché s’indicò gli anarchici? Perché il movimento anarchico in quel periodo era “l’anello debole” del movimento operaio. Era un movimento che sostanzialmente, dal dopoguerra, era un po’ ripiegato su se stesso. Con la presenza di settori marginali, individualisti, quindi anche facilmente strumentalizzabile, per cui si puntò il dito contro di essi. Ma l’obbiettivo non fu tanto e solo il movimento anarchico quanto la grande ribellione a livello operaio e giovanile.


E’ del resto vero che alcune frange autodichiaratesi anarchiche in quegli anni mettevano le bombe. Facevano parte di una minoranza oppure era nella mentalità comune dei collettivi anarchici l’idea che per arrivare ad un obiettivo dovevi comunque usare la violenza?

Nel dna dell’anarchismo il fine non giustifica mai i mezzi. L’elemento di distinzione forte con le scuole di pensiero socialiste e comuniste è proprio questa grande discussione che nel movimento c’è sempre sul mezzo e il fine. E’ vero che il movimento anarchico, ma non solo, anche quello insurrezionale, rivoluzionario di inizio secolo, per una questione storica, ha usato e ha teorizzato quella che si chiamava la “politica del fatto”, cioè l’attentato individuale o l’azione individuale. Questa tradizione risorgimentale in qualche maniera era rimasta all’interno del movimento anarchico nel dopoguerra, in frange ristrette. Di tutti gli attentati che ci sono stati in Italia, di tutta quella infinità di interventi dichiaratamente stragisti e violenti, compagni anarchici implicati non ci sono mai stati. C’è una sorta di retaggio risorgimentale in una frangia minoritaria sull’atto individuale, ma come ti dicevo, nel movimento anarchico organizzato, è sempre stato contestato.

Qual’era la vostra posizione quando nei famosi anni di piombo, le BR mettevano a ferro e fuoco l’Italia?

In quegli anni tutti noi facevamo politica attiva, era una posizione di forte critica. Storicamente si determinò uno scontro tra lo Stato le Brigate Rosse. Era uno scontro enorme che creò problemi e noi e ad altre forze politiche perché rischiavi di essere visto come vicino a queste formazioni. Da parte nostra la posizione politica che abbiamo sempre espresso è una posizione di condanna, delle Brigate Rosse nello specifico, e di tutte quelle formazioni che in quegli anni c’erano…che erano un’infinità. Sulla base, sia del ragionamento dei mezzi e fini, sia sulla dinamica concreta. Le BR in particolare si rappresentavano come una sorta di comitato centrale che avevano deciso di essere in guerra con lo Stato, non verificando fino in fondo se le azioni che loro facevano avessero una corrispondenza reale, o verificando fino in fondo se quello o spostasse il terreno del confronto politico. Dal punto di vista dei mezzi e fini, noi siamo portatori un progetto di trasformazione che dev’essere accompagnato dall’azione collettiva e non da gruppi avanguardisti, tant’è che le BR hanno una natura ideologica lontana dall’anarchismo ma è completamente all’interno dello Stalinismo.

Già da allora avevate dei dubbi a proposito quello che molti anni dopo scriverà Flamigni? Le “convergenze parallele”, i contatti di alcuni brigatisti con la CIA e i Servizi Segreti.

Sicuramente c’è stata una regia occulta. Come storicamente succede per le varie formazioni politiche rivoluzionarie o insurrezionali, è chiaro che c’era una regia occulta, questi compagni sono stati usati al di là della loro volontà.

"Domandiamo: se il proletariato sarà il ceto dominante, su chi dominerà? Questo significa che rimarrà ancora un altro proletariato, il quale sarà sottomesso a questo nuovo dominio, a questo nuovo Stato". Questo era Bakunin che criticava il marxismo. Qual’era il vostro rapporto con i comunisti?

Il rapporto con i comunisti è un rapporto cordiale, corretto. Sia politicamente che personalmente. Il problema con il comunismo, rispetto alla frase di Bakunin che dicevi, parte proprio da questo nocciolo teorico. Noi siamo convinti, lo eravamo già allora, (eravamo in polemica con Marx e con gli intellettuali dell’epoca) che un progetto di trasformazione, che deve vedere l’affrancamento dei lavoratori, del popolo, la possibilità di rispondere ai bisogni e non più al profitto, passa inevitabilmente attraverso la struttura autogestionale della società. Non può passare attraverso la questione di scontro a livello della dittatura del proletariato. Su questo aspetto, su questo uso del mezzo, la dittatura del proletariato, che appunto Bakunin in maniera più arguta e ironica commentava “allora qualcuno che comanda ci sarà..”. E’ l’elemento su cui l’anarchismo storicamente si è caratterizzato, proprio su questa grande polemica, anche su altre, ma su questa in particolare.

Abbiamo visto molti che si definivano anarchici, ad esempio Mario Merlino, in gruppi di estrema destra. E’ una contraddizione? Dov’è collocato politicamente l’anachico?

Merlino è storicamente un infiltrato, nel gruppo di Valpreda. Storicamente è messo lì dai servizi segreti, era un militante di destra. Non c’entra niente con noi.
Noi siamo parte integrante del movimento operaio, facciamo parte, ci sentiamo del popolo della sinistra, siamo parte integrante del popolo della sinistra. Gli anarchici fanno parte –storicamente- del movimento operaio perché sono all’interno della Prima Internazionale, la prima grande associazione operaia, formata da Marx, Hengels, nel 1864 a Londra, che si scontrano, entrano in polemica con l’ala Marxista. Però siamo all’interno di un dibattito del movimento operaio. Quello che ci ha diviso e storicamente ci divide, è la questione pratica dei mezzi e delle strategie nel senso che non condividiamo né una certa concezione del partito né la dittatura del proletariato. Il primo partito operaio in Italia, ancor prima del partito socialista, storicamente l’hanno fatto gli anarchici, perchè il congresso dell’Internazionale Anarchica è del 1872 a Forlì, il segretario è Cafiero, che è quel signore che ha fatto il compendio de Il Capitale di Marx, ed era un compagno nostro. I Circoli operai, a Napoli, (dove parteciperà in seguito anche Malatesta, per intenderci) sono strutture formati da compagni anarchici.

Chi sono i Black Block? Sono anarchici? Lei è nell’ambiente anarchico italiano.. come vengono visti questi personaggi da voi?

Qui siamo di fronte a un’area di ribellismo giovanile. All’interno di questi Black Block –che non è un partito, non è una struttura definita- ci sono anche gli anziani. Sono venuti agli onori della cronaca nel ’99 quando a Seattle attaccarono i poliziotti in occasione del summit del Wto. Non fanno parte del movimento anarchico. Qui in Europa i Black Block si sono saldati con settori sfrangiati con la vecchia autonomia tedesca. La quale negli anni ’70 ’80 fine ’90 aveva simpatie per l’area autonoma che c’era qui in Italia che era di derivazione Marxista-Leninista. Col movimento anarchico questi black block non hanno niente a che vedere.

I black block di Genova erano infiltrati?

No no no…anche qui c’è una doppia verità: sicuramente all’interno di questi black block, come all’interno delle tute bianche o degli anarchici, la capacità di controllo repressiva e preventiva da parte delle forze di polizia è forte. Infiltrano in ogni dove. Laddove ci sono realtà deboli dal punto di vista organizzativo è chiaro che è semplice metterci l’infiltrato, il “questurino camuffato” e quant’altro. Ma fare un’equazione –come fu fatta in passato- anarchici bombaroli, brigate rosse pagate dai servizi segreti, black block poliziotti, sono equazioni antistoriche, non vere, che non servono a spiegare i fenomeni reali. Se dietro a ogni cosa c’è il burattinaio anche per noi sarebbe complicato pensare a un mondo nuovo. E’ verosimile pensare che a Genova ci sono stati degli infiltrati, ma dire che l’intero movimento è manovrato è disonesto.

Il rapporto con le urne degli anarchici è noto. Disertare è quasi d’obbligo. Ma in una situazione politica come la nostra non le sembra sarebbe meglio mettere per un attimo gli ideali da parte e votare il cosiddetto male minore?

Gli anarchici si caratterizzano per l’astensione. Ma anche qui…guarda, gli anarchici sono gente molto pratica, in realtà, quasi tutti, “alla zitta” il più delle volte vanno a votare.
Ma sul discorso del male minore ci sarebbe da discutere. Assomiglia molto a quando Montanelli diceva “votiamo DC turandoci il naso”. E’ vero che noi tutti ci auguriamo che Berlusconi “faccia festa”. Ma è altrettanto vero che mandare a casa Berlusconi non basta. Quello che occorrerebbe fare è mandare a casa una compagine governativa sulla base di progetti, obiettivi, capacità di mobilitazione che invece in questo momento non ci sono. Quindi, al di là del voto singolo che l’anarchico può dare o non dare, c’è una verità storicamente forte, cioè che gli anarchici hanno il compito di ricordare (dove riusciamo ad arrivare) alla gente che non basta andare a votare ogni cinque anni. Quello che serve è una mobilitazione costante affinché alcuni obiettivi siano conquistati. Il rischio è quello di pensare che la via parlamentare possa essere esaustiva, noi nel nostro movimento lo chiamiamo –senza offesa per nessuno- il “cretinismo parlamentare”, nel senso che se non riusciamo a far comprendere alla gente che quel voto in se non serve più di tanto in questo momento, ma serve la partecipazione, serve la comprensione, serve l’agitazione, rischiamo di non scegliere il male minore ma di acuire queste contraddizioni: la gente va a votare convinta che quel voto pesi e poi si trova una compagine governative che fa tutto l’opposto, e non hai strumenti. Un po’ quello che è successo, senza scomodare la storia, nel ’96 con il governo Prodi. Quando il “popolo di sinistra” è stato convinto di avere un governo amico, ma questo governo amico, per quanto riguarda i lavoratori ma non solo…i giovani, ha determinato una grave situazione…con la guerra in Albania, la guerra nel Kosovo, la legge Treu, la non-legge sul conflitto d’interessi, la legge sull’immigrazione (Turco-Napoletano)…su questa rete fatta dal centro-sinistra la compagine di Berlusconi ha avuto facile gioco. Quindi sull’aspetto del voto-non voto il movimento, saggiamente, si caratterizza non tanto e non solo per l’astensione quanto per il fatto che non è questa la via per cambiare.

Però per chi ha una prospettiva di cambiamento, è più facile agire con un governo di sinistra che con Berlusconi al governo.

Certo, detto questo è chiaro che è più facile. Per me è più facile convincere della bontà dell’anarchismo un comunista che un fascista. I movimenti rivoluzionari sono forti, presenti, quando c’è una grande forza riformista. Negli anni ’60 ’70 c’era il vecchio partito comunista, c’era la CGIL che aveva un grande peso, il movimento riformista era un movimento forte. La presenza di questo movimento forte determinò la possibilità di organizzazioni ancora più a sinistra che avevano la possibilità di avere un’agibilità politica.

I rapporti con il partito di Berlinguer com’erano?

Con il vecchio PCI siamo stati distanti anni luce perché anche con Berlinguer aveva di fatto sposato non solo e non tanto la via parlamentare, ma aveva determinato l’adesione al Patto Atlantico. Fino alla morte di Berlinguer i militanti del PCI ancora mantenevano come riferimento (lontano) il comunismo. Ma il partito, dalla svolta di Salerno, aveva sostanzialmente abiurato alla trasformazione rivoluzionaria. Il PCI di Longo-Berlinguer è un partito comunista che ha abiurato (anche se non lo hanno mai detto) alla trasformazione radicale. Per cui eravamo in forte dissenso rispetto alle loro politiche.