Nell'analisi di un'istituzione bisogna distinguere varie cose. In primo luogo quella che si potrebbe chiamare la sua razionalità o il suo fine, cioè gli obiettivi che si prefigge e i mezzi di cui dispone per raggiungere questi obiettivi: in definitiva, il programma dell'istituzione così come è stato definito. In secondo luogo, gli effetti. Solo molto raramente gli effetti coincidono con il fine: così, l'obiettivo del carcere-correzione, il carcere come strumento di riparazione all'errore commesso dall'individuo, non è stato raggiunto.

Michel Foucault

Introduzione
di Lachanche

La prigione, l'istituzione carceraria non è nata con l'uomo. E' invece un'invenzione recente sviluppatasi da un certo modo del soggetto di pensare a se stesso ed alla società che abita. Sono il supplizio e la punizione che sembrano essere coevi all'uomo. A partire dai primi ordinamenti giuridici ateniesi fino a quelli medievali passando per la penàlità in epoca imperiale (Roma) imprigionare era una funzione quasi sempre temporanea prima dell'esecuzione della pena che avveniva in tempi rapidi. La prigione in senso moderno si afferma con rapidità solo tra il XVI ed il XIX secolo e rappresenta quella che per Michael Foucault è la nuova società perfettamente organizzata, attraversata cioè in ogni sua parte da quella istanza di normalizzazione che caratterizza il potere-sapere moderno (1). Inizialmente la prigione non era integrata al sistema penale ma ricopriva piuttosto la funzione di uno strumento analitico di controllo il cui compito era quello di classificare e dividere gli individui secondo il loro grado di pericolosità sociale.Altra importante distinzione all'interno del "potere sui corpi" dell'autorità politica e statuale è che mentre nel sistema penale dei supplizi la fase istruttoria del processo si svolgeva in segreto, senza alcuna garanzia e con uso di pratiche di tortura (si pensi al Sant'Uffizio ma non solo) e il castigo si svolgeva in pubblico (il rogo,la gogna ecc.), nel sistema carcerario moderno è l'istruttoria ad essere pubblica mentre la pena si svolge in segreto,al riparo da un più pudico sguardo collettivo. Molte sarebbero le precisazioni storiche da fare ma è indubbio che la detenzione non nasce sul terreno penale-giuridico, che è quello dei diritti ma nasce sul potere dell'autorità religiosa o monarchica-assoluta (punire voleva dire per il monarca riaffermare il suo potere,mentre commetere un reato,qualunque reato significava attentare alla vita stessa del monarca) e questo lascia tracce decisive sulle tecniche (automatiche,storiche si potrebbe dire) attraverso le quali opera nel presente il sistema carcerario.
Mentre il potere del supplizio si esercitava pubblicamente sul corpo dell'uomo affligendo le membra e consegnando il dolore allo sguardo pubblico abituato a servire fedelmente il sovrano, il potere del carcere agisce,sempre seguendo Foucault, sull'anima dell'uomo, sulla sua dignità umana e non più direttamente sul suo corpo.Ci si potrebbe chiedere dunque ascoltando certi commenti sulla necessità del carcere e sulla necessità della paura di finire in carcere come antidoto preventivo da inculcare nelle menti che il discorso pubblico e giornalistico spesso ci propone, se non sia la concretezza carceraria da mettere in discussione visto che subisce un precipitato storico di pratiche che nulla hanno a che vedere con il diritto.Ci si dovrebbe chiedere se sia efficace ed in linea con i valori espressi dai diritti dell'uomo, agitare la paura del carcere o agire sulla responsabilizzazione individuale e soprattutto collettiva.Le ricerche scientifiche sulle condizioni degli istituti penali del nostro paese ci restituiuscono non solo la fatiscenza delle condizioni di di vivibilità ma dimostrano la componente criminogena del carcere stesso. Concetti quali rieducazione e riabilitazione spogliati della loro componente paternalistica presentano ancora dei problemi morali, ma già da questi si è molto lontani visto che si torna su parole che dimostrano da dove provenga e quale sia la storia del sistema carcerario: punizione, supplizio, paura.

(1)Michael Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi