|
Sono bastate due righe, in un articolo di oltre
500, a scatenare articoli, dichiarazioni, polemiche, richieste di chiarimenti,
goffi tentativi di insabbiare tutto sul nascere e altro ancora si scriverà.
L'articolo
in questione è di Adriano Sofri, datato 26 Maggio 2007. "Lettera
a un giovane apprendista assassino": dura critica al terrorismo
e consigli per l'uso, o meglio, per il non-uso, al giovane "apprendista
della camera oscura". Sofri sottolinea contraddizioni e conseguenze
di una scelta di vita votata alla lotta armata, sebbene "io quella
linea non l'ho superata". E rincara: "in una fabbrica
torinese hanno scritto: "Siamo tornati". Ma non è vero.
Scommetterei che l'ha scritto un ragazzo come te, uno che non è
tornato, perchè non c'era." "I compagni combattenti di
ieri e di oggi sono fessi. Non sanno quello che fanno. Fraintendono. Guardano
un bravo professore laburista in bicicletta, e lo scambiano per un aguzzino
del proletariato. Guardano un bravo sindaco di sinistra, e lo prendono
per un boia imperialista. Sono fessi." Sofri sa di esporsi ai
"fessi", ma continua, ironico e lucido come al solito. In mezzo
racconti, aneddoti, riflessioni, ricordi. "E' vero che allora
in tanti vedevamo la società così radicalmente spaccata
in due parti che noi stessi pensavamo come se fossimo l'altro stato, ed
evocassimo e usurpassimo una giustizia in nome del proletariato e in anticipo
sul futuro (Diceva questo il mio comunicato dopo l'uccisione di Calabresi,
distorto in quell'inventato "Giustizia è fatta")".
Una lunga lettera, piena di spunti per riaprire il dibattito sul terrorismo
di quegli anni, e anche di questi. Nella penultima colonna Sofri scrive:
"Quello Stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare.
Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi
un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati."
L'indomani
sui giornali non una parola sulle riflessioni, i ricordi, la critica al
terrorismo: l'attenzione si focalizza sulle due righe dell'omicidio commissionato.
E via alla querelle.
Cossiga è scettico: per lui Lotta Continua
era composta da ragazzini che tuttalpiù fecero qualche esproprio
proletario (sic!). Pareri discordi tra due ex lottatori continui: per
Enrico Deaglio l'ipotesi non è inverosimile, piuttosto
non si spiega perchè l'amico Adriano si sia deciso a riferirla
solo ora. Erri De Luca invece pensa che gli esponenti
dello Stato di quel periodo avevano gente ben più affidabile e
"vicina" alla quale affidare simili compiti. Marco Travaglio,
bontà sua, liquida il tutto con la logica: se i servizi si sono
rivolti a Sofri, evidentemente sapevano che di omicidi se
ne intendeva, insomma era un esperto del campo. Logico, e noi qui
a scervellarci. Sofri era un serial killer al soldo dei servizi. Claro.
Tranfaglia ci fa tornare sul pianeta terra ricordandoci
la "Commissione Rockfeller" del senato Usa, 1967, la
quale contiene la direttiva "Destabilizzare ai fini di stabilizzare".
La presiedeva il capo di stato maggiore dell'esercito americano, generale
Westmoreland: l'obiettivo era infiltrare i movimenti della sinistra antagonista,
contestatrice e pacifista, per poterli sorvegliare ed eventualmente dirigere
a scopo di provocazione. Il tutto, per impedire l'accesso al governo al
Partito Comunista.
Sofri chiarisce il concetto ieri su Il Foglio,
spiegando circostanze e dettagli, nomi cognomi indirizzi e date. Il signore
della proposta indecente è proprio "Umbertino" D'Amato,
all'epoca dei fatti già capo dell'ufficio affari riservati, uomo
di James Jesus Angleton, prima nell'OSS (Office of
Strategic Services), e poi nella CIA almeno fino
agli anni '60. Peter Tomkins, ex agente dell'Oss, riferisce
che Umberto D'Amato è stato uomo di fiducia dei
serivizi segreti americani dal '44 all'84, con tanto di placca di riconoscimento
da parte della CIA. Scrive Sofri "Quando lo invitai a venire
al suo proposito, mi disse, con la stessa amabile naturalezza, che si
trattava dei Nap, i Nuclei Armati Proletari. Che tutti sapevano come alcuni
fra i loro membri avessero rotto con LC accusandola di non voler passare
alla lotta armata. Che erano pochi, che avrebbero continuato a seguire
la loro natura di criminali comuni, contro lo Stato, ma anche nuocendo
gravemente a noi e al movimento in cui ci riconoscevamo. Che la normale
repressione ne sarebbe venuta a capo, ma chissà in quanto tempo
e dopo quanti guasti. Che era dunque interesse comune toglierli fisicamente
di mezzo ("Fisicamente?" "Fisicamente!"), ciò
che avrebbe potuto avvenire con una mutua collaborazione e la sicurezza
dell'impunità. Prima che finisse gli avevo indicato la porta, e
lui la prese senza battere ciglio.".
Le domande del secolo sono, in ordine: perchè allora non disse
nulla e perchè lo dice adesso? La prima domanda se la pone chi
allora non ha vissuto, o nella variante, chi non riesce ad immergersi
nel contesto storico di allora. Sofri
lo spiega: "Non ne parlai pubblicamente: non avevo prove del
tema (io non avevo congegni spionistici, forse lui sì) e nella
pubblicità poteva magari risiedere la provocazione. Soprattutto,
a parte l'impudenza, non c'era niente che fosse capace di meravigliarci
nell'operato di D'Amato e dei suoi uffici: e caso mai è grossa
che qualcuno mostri di meravigliarsene oggi.
Ci fu, qualche tempo dopo, una circostanza tragicomica: un paio di persone
che erano state a me molto legate, avevano aderito ai Nap e mi rinfacciavano
di non approvare e anzi di non capeggiare la loro guerra -si leggevano
i Cent'anni di solitudine in carcere, e io ero stato l'Aureliano Buendia
dei loro sogni- mi tesero una specie di agguato alle porte di casa, che
si tramutò in un parapiglia e poi si accontentò di uno scambio
di insulti e di accenni di rimpianto. Ripetei loro ancora una volta, e
a ragion più veduta, quello che mi ero sforzato di dire dall'inizio
della loro impazienza: che andavano allo sbaraglio, che lo Stato giocava
con loro come il gatto col topo, che avrebbero fatto male alla loro causa
e perduto se stessi. Le stesse cose che si leggono sulle pagine del nostro
giornale di allora. Fu quello che si consumò nella breve stagione
dei Nap, autori di azioni sanguinose, e manovrati e trucidati senza scampo.".
La seconda domanda è più plausibile ma nemmeno tanto: "La
mia "rivelazione" non rivela niente di più di quello
che è evidente per mille prove: per me, fu un personale saggio
di quello che sapevo.". E in effetti la "rivelazione"
dentro il primo articolo (ricordate da dove siamo partiti?) era un dettaglio,
una circostanza (che non è assolutamente un unicum, nella
storia di quegli anni, da qui la "non rivelazione") per spiegare
al giovane in che guai si stava cacciando.
Ora che Sofri ha chiarito quello che molti non avevano bisogno di sapere,
si può tornare all'articolo principale, e volendo, si può
iniziare a discutere seriamente di terrorismo, di infiltrazioni, di trame,
di fili e dei ragazzi chiusi in camera con le tapparelle abbassate, prigionieri
di parole vecchie e pedine in un gioco molto più grande di loro.
|